La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

venerdì 6 gennaio 2017

Solennità dell'Epifania

Cari amici e aderenti alla Fraternità Nazareth anche per la Solennità dell’Epifania vi offro una breve meditazione sul senso di questa importante festività. Un caro saluto a tutti. Don Pietro

 1. I Magi
Non erano, come comunemente si crede, dei Re, bensì dei Dotti-Maghi.   Vivevano nel territorio dell' Eufrate, regione ideale per l'osservazione delle stelle, grazie all'aria limpidissima e alla religione locale che venerava divinità astrali e potenze celesti che, come esseri, signoreggiavano l'esistenza.
Credevano anche che astri e costellazioni potessero influenzare la vita degli uomini per quanto concerneva matrimoni, viaggi, inizi di attività, ecc...
Nei templi c'erano esperti di tale arte e davano consigli a chi li interrogava. Uomini di questo tipo vennero a Betlemme.
Israele era stato deportato in quel territorio, portando seco i libri sacri che, dunque, erano letti dagli astrologi locali. Questi, perciò, conoscevano le profezie sul Messia, sul suo Regno aperto a tutti gli onesti, come dovevano essere i Magi.
In una notte, osservando una costellazione, cui la tradizione attribuiva significati di regalità e salvezza, essi compresero che c'era finalmente il segno del Messia promesso e, con cuore aperto e volontà pronta, si mettono in viaggio alla ricerca di colui che offre salvezza.

2.    Il senso della festa
L'Epifania non è il giorno dei saggi provenienti dall'oriente, bensì il giorno dell'apparizione. Il termine -epifania- deriva dal culto dell'imperatore considerare divino, salvatore, soprattutto nel giorno del suo primo mostrarsi alle genti, la sua  Epifania, l'inizio nuovo della salvezza.
La Chiesa ha trasferito il tutto all'apparire del Cristo-Signore, Salvatore di tutti i popoli.
Probabilmente all'inizio i Magi restarono perplessi e delusi: non palazzi regali, non sale sontuose, ma solo "un bambino e sua madre".
Eppure si prostrano, adorano e offrono doni regali: oro e incenso (Mt 2,11).
Cosa accadde in loro? Cosa videro di più?
Non uno splendore irradiantesi dal bambino, non adorazione di angeli. Per comprendere rifacciamoci ad una nostra esperienza.
Un cespo di rose fiorite, non è ai nostri occhi solo un insieme di steli, foglie, boccioli e petali, ma un evento armonioso e stupendo del miracolo della vita, della sua indicibile bellezza.
Così, un cane non è solo un organismo vivente che corre, abbaia, salta e scherza, ma un esempio di essere capace di esprimere gioia e attaccamento al suo padrone.
Accade lo stesso con un uomo, nostro amico, che non vediamo da tempo e che  reincontriamo: nello sguardo, nel saluto, nei gesti, nel sorriso... noi risaliamo alla sua anima, al suo ricco mondo interiore.
Insomma in lui, col nostro occhio, riusciamo a vedere il mistero nascosto nella creaturalità delle cose e cioè il trasparire in esse della potenza divina che le ha create e che conferisce loro un senso per noi, una preziosità che ci tocca.
Diversamente avremmo solo il puro mondo, freddo e spaventoso.
Ora la potenza di Dio che traspare dalle cose è la loro  epifania per noi.
Così dal bambino di  Betlemme traspare la luce inaccessibile di Dio che in lui può essere vista attraverso il suo corpo.
Certo occorre un occhio capace di andare oltre la materialità delle cose e della corporeità dell'uomo.
Per quanto riguarda Dio occorre avere cuori puri, secondo la beatitudine (Mt 5,5).
Ha cuore puro chi ha la rettitudine dell'amore, chi aspira a  ciò che è alto, nobile e santo.
Occhi così vedono nelle cose Colui che le ha create e in Gesù il Verbo della vita.
I Magi avevano questi occhi e nel bambino hanno visto il Redentore.
Anche noi siamo chiamati a mantenere puri gli occhi, se vogliamo contemplare le realtà divine.
È possibile per noi, anche se fisicamente Gesù non è più con noi, attraverso la Chiesa nella quale risuona viva la parola, opera la grazia attraverso la liturgia e un popolo di Dio nasce e cammina nel tempo.
Solo l'occhio deve essere  puro attraverso un cuore libero da ambizione, avidità, sensualità, paura, frastuono... da ciò che è terreno.
Questo sguardo puro deve accompagnarci nella celebrazione eucaristica, nei rapporti interpersonali, negli eventi della vita.
Allora nel mutamento possiamo scorgere qualcosa che resta, nell'egoismo un amore, nell'assenza una promessa, nella solitudine un'amicizia e tutto porterà un nome: Gesù Cristo.

Dobbiamo chiedere con insistenza questo dono che è il dono dei doni: conoscere e amare Gesù Cristo.

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