Cari
amici e aderenti alla Fraternità
Nazareth anche per la Solennità
dell’Epifania vi offro una breve meditazione sul senso di questa importante
festività. Un caro saluto a tutti. Don Pietro
1. I Magi
Non erano, come
comunemente si crede, dei Re, bensì dei Dotti-Maghi. Vivevano nel territorio dell' Eufrate,
regione ideale per l'osservazione delle stelle, grazie all'aria limpidissima e
alla religione locale che venerava divinità astrali e potenze celesti che, come
esseri, signoreggiavano l'esistenza.
Credevano anche che
astri e costellazioni potessero influenzare la vita degli uomini per quanto
concerneva matrimoni, viaggi, inizi di attività, ecc...
Nei templi c'erano
esperti di tale arte e davano consigli a chi li interrogava. Uomini di questo
tipo vennero a Betlemme.
Israele era stato
deportato in quel territorio, portando seco i libri sacri che, dunque, erano
letti dagli astrologi locali. Questi, perciò, conoscevano le profezie sul
Messia, sul suo Regno aperto a tutti gli onesti, come dovevano essere i Magi.
In una notte,
osservando una costellazione, cui la tradizione attribuiva significati di
regalità e salvezza, essi compresero che c'era finalmente il segno del Messia
promesso e, con cuore aperto e volontà pronta, si mettono in viaggio alla
ricerca di colui che offre salvezza.
2. Il
senso della festa
L'Epifania non è il
giorno dei saggi provenienti dall'oriente, bensì il giorno dell'apparizione. Il
termine -epifania- deriva dal culto dell'imperatore considerare divino,
salvatore, soprattutto nel giorno del suo primo mostrarsi alle genti, la sua Epifania, l'inizio nuovo della salvezza.
La Chiesa ha
trasferito il tutto all'apparire del Cristo-Signore, Salvatore di tutti i
popoli.
Probabilmente
all'inizio i Magi restarono perplessi e delusi: non palazzi regali, non sale
sontuose, ma solo "un bambino e sua madre".
Eppure si prostrano,
adorano e offrono doni regali: oro e incenso (Mt 2,11).
Cosa accadde in loro?
Cosa videro di più?
Non uno splendore
irradiantesi dal bambino, non adorazione di angeli. Per comprendere
rifacciamoci ad una nostra esperienza.
Un cespo di rose
fiorite, non è ai nostri occhi solo un insieme di steli, foglie, boccioli e
petali, ma un evento armonioso e stupendo del miracolo della vita, della sua
indicibile bellezza.
Così, un cane non è
solo un organismo vivente che corre, abbaia, salta e scherza, ma un esempio di
essere capace di esprimere gioia e attaccamento al suo padrone.
Accade lo stesso con
un uomo, nostro amico, che non vediamo da tempo e che reincontriamo: nello sguardo, nel saluto, nei
gesti, nel sorriso... noi risaliamo alla sua anima, al suo ricco mondo
interiore.
Insomma in lui, col
nostro occhio, riusciamo a vedere il mistero nascosto nella creaturalità delle
cose e cioè il trasparire in esse della potenza divina che le ha create e che
conferisce loro un senso per noi, una preziosità che ci tocca.
Diversamente avremmo
solo il puro mondo, freddo e spaventoso.
Ora la potenza di Dio
che traspare dalle cose è la loro epifania
per noi.
Così dal bambino
di Betlemme traspare la luce
inaccessibile di Dio che in lui può essere vista attraverso il suo corpo.
Certo occorre un
occhio capace di andare oltre la materialità delle cose e della corporeità
dell'uomo.
Per quanto riguarda
Dio occorre avere cuori puri, secondo la beatitudine (Mt 5,5).
Ha cuore puro chi ha
la rettitudine dell'amore, chi aspira a
ciò che è alto, nobile e santo.
Occhi così vedono
nelle cose Colui che le ha create e in Gesù il Verbo della vita.
I Magi avevano questi
occhi e nel bambino hanno visto il Redentore.
Anche noi siamo
chiamati a mantenere puri gli occhi, se vogliamo contemplare le realtà divine.
È possibile per noi,
anche se fisicamente Gesù non è più con noi, attraverso la Chiesa nella quale
risuona viva la parola, opera la grazia attraverso la liturgia e un popolo di
Dio nasce e cammina nel tempo.
Solo l'occhio deve
essere puro attraverso un cuore libero
da ambizione, avidità, sensualità, paura, frastuono... da ciò che è terreno.
Questo sguardo puro
deve accompagnarci nella celebrazione eucaristica, nei rapporti interpersonali,
negli eventi della vita.
Allora nel mutamento
possiamo scorgere qualcosa che resta, nell'egoismo un amore, nell'assenza una
promessa, nella solitudine un'amicizia e tutto porterà un nome: Gesù Cristo.
Dobbiamo chiedere con
insistenza questo dono che è il dono dei doni: conoscere e amare Gesù Cristo.
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