La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

venerdì 13 gennaio 2017

Meditazione sul Vangelo della seconda Domenica del tempo ordinario. (Don Pietro)

Amici della Fraternita’, eccovi una breve meditazione sul Vangelo della seconda Domenica del tempo ordinario. fraternamente. Don Pietro

1. Giovanni parla di Gesù a quanti incontra. Noi, come Giovanni, possiamo parlare di Gesù?

a. Il mistero di Dio, nascosto nei secoli, è stato a noi manifestato in Gesù. Nel figlio suo Dio si è fatto trasparente, pur rimanendo un mistero inaccessibile, indisponibile e ineffabile. Possiamo allora osare dire Dio in Gesù, ma con umiltà e con rispetto del mistero che in lui permane. Ri-velare, del resto, significa togliere ma anche rimettere il velo.

b. Ma a noi, più che parlare di Gesù è chiesto di essere solo i suoi testimoni, attraverso lo Spirito.
Giovanni  dice: "Io finora  non lo conoscevo... ma ho visto lo Spirito  scendere… e posarsi su di lui".
Può parlare di Gesù, può cioè fare una vera comunicazione per una comunione spirituale solo chi può dire: "Io ne ho fatto esperienza, l'ho conosciuto, l'ho incontrato, la sua verità è divenuta verità per me...".

2. Cosa possiamo dire, testimoniare di Gesù?

a. Egli è il Servo sofferente, l'Agnello che è venuto a portare, a portare via, il mio peccato e quello del mondo.
Il Servo sofferente si fa carico del dolore delle vittime e della malvagità dei carnefici e così libera entrambi col suo amore obbediente. Egli non è un "capro espiatorio" che esprime solo il bisogno di liberare dai peccati. Egli è un dono di Dio agli uomini.

b. Gesù è, inoltre. il donatore dello Spirito di Dio, Colui che consola, che difende, che anima, che accompagna.

c. Egli è, infine, il Figlio di Dio, che comunica la vita di Dio, che ci rende simili a lui, cioè figli nel quale il Padre possa compiacersi.

3. Cosa è chiesto a noi?

A noi è chiesto l'ascolto della fede, l'ascolto della parola di Dio. Il primo  comandamento di Dio al suo popolo è proprio questo: "Ascolta  Israele-Shemà Israel...".
La parola ascoltata il pio israelita e ogni credente deve legarsela alla mano, perché sia guida alla sua azione. Deve metterla come  pendaglio alla fronte, perché illumini il suo pensiero. Deve appenderlo agli stipiti  della porta di casa, perché sia guida alle sue relazioni sociali.
È il comando contenuto nel Salmo '94: "Ascoltate oggi la sua voce..." e il Salmo 39 recita: “sacrificio e offerta io non voglio, dice il signore, gli orecchi ti ho aperto". In ebraico il verbo Shamà significa insieme ascoltare e obbedire.

L'ascolto della parola di Dio deve essere radicale: la parola ascoltata cioè deve  incidere alle radici dell'essere di una persona e della costruzione della sua vita. Siamo chiamati a imitare Maria di Betania, la sorella di Marta e di Lazzaro: seduta ai piedi  di Gesù ha l'orecchio teso ad ascoltare le sue parole. Nemica dell'ascolto è la superbia, amica dell'ascolto è l'empatia, cioè un rapporto d'amore con la parola. Oggi per ascoltare la parola di Dio occorre riscoprire il silenzio.

domenica 8 gennaio 2017

Festa del Battesimo di Gesù (don Pietro)

B A T T E S I M O   D I   G E S U’

1.Significativa è la reazione di Giovanni Battista: vorrebbe impedire a Gesù di farsi battezzare insieme con gli altri che erano peccatori.
Una peculiarità del Vangelo di Matteo è la seguente: attraverso la ritrosia di Giovanni Battista Matteo escogita un espediente catechistico per affermare con forza la divinità del Cristo. Matteo vuole inoltre ribadire la necessità per il mondo giudaico di riconoscere il Cristo: "Io ho bisogno di essere battezzato da te". Perfino il Battista, il più grande in Israele a giudizio dello stesso Gesù, riconosce la necessità di ricevere da lui il perdono dei peccati e la salvezza.

2. Il battesimo, dunque, in Matteo è come le epifania della divinità di Gesù.
La parte più importante non consiste nel bagno di acqua, ma nella visione che segue. I cieli  si aprono: segno dell'avvento dei tempi escatologici. Lo Spirito scende come colomba: è l'investitura divina del Messia. Una voce si ode dal cielo: il Padre dà le credenziali al Figlio. Spirito e parola sono, dunque, presenti: le due grandi mediazioni dell'azione divina nel mondo, gli strumenti della presenza salvifica di Dio. Gesù è ripieno di entrambi.

3. Il battesimo di Gesù è come  una grande apertura di scena che manifesta e presenta il Figlio di Dio e la sua missione.
Sulla scena sono presenti tutti i personaggi: il popolo della promessa che ferve nell'attesa e si fa battezzare da Giovanni Battista; Giovanni, l'ultimo profeta dell'Antico Testamento; Gesù, il Padre e lo Spirito santo.

4. Il profilo di Gesù

Nel battesimo emerge la figura del Servo sofferente o dell'agnello che si sottopone volontariamente e liberamente alla sofferenza e alla morte. Gesù emerge ancora come il Figlio nei quali il Padre si è compiaciuto: l’agapetos, cioè l’amato: per coglierne il senso bisogna riferirlo alla figura di Isacco che era l’agapetos, il figlio diletto, amato, di Abramo.

5. Perché Gesù si è fatto battezzare

Giovanni predicava un battesimo di penitenza e di remissione dei peccati. Come ha potuto domandare di essere confuso con i peccatori, di essere purificato da colpe che non aveva commesso, Colui che ha osato dire: " Io e il Padre siamo una cosa sola"?
Certamente non per umiltà: l'umile non si adorna di virtù fittizie, né si addebita  difetti che non ha. L'umile si sente peccatore perché la sua vicinanza con Dio illumina i suoi difetti con una luce insostituibile.
Gesù chiede di essere battezzato per esprimere la sua solidarietà con i peccatori, per far causa comune con loro, partecipare alle loro riunioni, aggregarsi ai loro gruppi sbandati ed emarginati.
Gesù non si sostituisce i peccatori, non prende su di sé i loro crimini, non li espia al posto loro.
Questa teoria  della sostituzione non rende giustizia di Dio: Dio aggirerebbe come se il Cristo fosse colpevole. Ne rende giustizia agli uomini: sarebbe come se fossero giustificati.
Non vi è stata sostituzione nella redenzione del Cristo. Gesù non è morto perché noi non morissimo. Gesù non ha sofferto per evitarci di soffrire.
Egli è morto ed ha sofferto perché la nostra morte e le nostre sofferenze divenissero simili alle sue: realtà colme di amore e di fede.
Gesù non ha fatto come se lui fosse peccatore e noi non lo fossimo più. È solo venuto a vivere la vita umana amando in tutte le situazioni in cui noi non sappiamo amare: nella sofferenza, nell'ingratitudine, nell'ingiustizia, nell'umiliazione...
C'è un solo peccato: non saper amare sempre. Il Cristo ha amato dovunque è sempre, in tutte le circostanze, caricandosi delle nostre colpe, incaricandosi, meglio, di insegnarci ad amare trasmettendoci il suo amore. Solo chi ama totalmente può testimoniare  e comunicare l'amore e la sua energia.
In questo senso Gesù è l'agnello di Dio che toglie, cioè porta, il peccato del mondo. Nel senso, cioè, che ci dona di amare come lui, di servire come serve lui, di perdonare come perdona lui.
Togliere il peccato, perciò, non è un'operazione estrinseca, quasi un gioco di prestigio divino.
Quel che Gesù ha fatto di magnifico è stato di andare a cercare i peccatori laddove essi erano, aggregandosi a loro, ma irradiando una misericordia, una gioia ed una speranza tali da trasformare i suoi compagni di vergogna e di croce.

Davanti a questa massa di peccatori il cielo si è aperto. Su questa umanità spregevole lo Spirito si è manifestato. In mezzo a peccatori, soldati e cortigiane, Dio rivela e accredita il suo Figlio prediletto in cui pone la sua compiacenza.

venerdì 6 gennaio 2017

Solennità dell'Epifania

Cari amici e aderenti alla Fraternità Nazareth anche per la Solennità dell’Epifania vi offro una breve meditazione sul senso di questa importante festività. Un caro saluto a tutti. Don Pietro

 1. I Magi
Non erano, come comunemente si crede, dei Re, bensì dei Dotti-Maghi.   Vivevano nel territorio dell' Eufrate, regione ideale per l'osservazione delle stelle, grazie all'aria limpidissima e alla religione locale che venerava divinità astrali e potenze celesti che, come esseri, signoreggiavano l'esistenza.
Credevano anche che astri e costellazioni potessero influenzare la vita degli uomini per quanto concerneva matrimoni, viaggi, inizi di attività, ecc...
Nei templi c'erano esperti di tale arte e davano consigli a chi li interrogava. Uomini di questo tipo vennero a Betlemme.
Israele era stato deportato in quel territorio, portando seco i libri sacri che, dunque, erano letti dagli astrologi locali. Questi, perciò, conoscevano le profezie sul Messia, sul suo Regno aperto a tutti gli onesti, come dovevano essere i Magi.
In una notte, osservando una costellazione, cui la tradizione attribuiva significati di regalità e salvezza, essi compresero che c'era finalmente il segno del Messia promesso e, con cuore aperto e volontà pronta, si mettono in viaggio alla ricerca di colui che offre salvezza.

2.    Il senso della festa
L'Epifania non è il giorno dei saggi provenienti dall'oriente, bensì il giorno dell'apparizione. Il termine -epifania- deriva dal culto dell'imperatore considerare divino, salvatore, soprattutto nel giorno del suo primo mostrarsi alle genti, la sua  Epifania, l'inizio nuovo della salvezza.
La Chiesa ha trasferito il tutto all'apparire del Cristo-Signore, Salvatore di tutti i popoli.
Probabilmente all'inizio i Magi restarono perplessi e delusi: non palazzi regali, non sale sontuose, ma solo "un bambino e sua madre".
Eppure si prostrano, adorano e offrono doni regali: oro e incenso (Mt 2,11).
Cosa accadde in loro? Cosa videro di più?
Non uno splendore irradiantesi dal bambino, non adorazione di angeli. Per comprendere rifacciamoci ad una nostra esperienza.
Un cespo di rose fiorite, non è ai nostri occhi solo un insieme di steli, foglie, boccioli e petali, ma un evento armonioso e stupendo del miracolo della vita, della sua indicibile bellezza.
Così, un cane non è solo un organismo vivente che corre, abbaia, salta e scherza, ma un esempio di essere capace di esprimere gioia e attaccamento al suo padrone.
Accade lo stesso con un uomo, nostro amico, che non vediamo da tempo e che  reincontriamo: nello sguardo, nel saluto, nei gesti, nel sorriso... noi risaliamo alla sua anima, al suo ricco mondo interiore.
Insomma in lui, col nostro occhio, riusciamo a vedere il mistero nascosto nella creaturalità delle cose e cioè il trasparire in esse della potenza divina che le ha create e che conferisce loro un senso per noi, una preziosità che ci tocca.
Diversamente avremmo solo il puro mondo, freddo e spaventoso.
Ora la potenza di Dio che traspare dalle cose è la loro  epifania per noi.
Così dal bambino di  Betlemme traspare la luce inaccessibile di Dio che in lui può essere vista attraverso il suo corpo.
Certo occorre un occhio capace di andare oltre la materialità delle cose e della corporeità dell'uomo.
Per quanto riguarda Dio occorre avere cuori puri, secondo la beatitudine (Mt 5,5).
Ha cuore puro chi ha la rettitudine dell'amore, chi aspira a  ciò che è alto, nobile e santo.
Occhi così vedono nelle cose Colui che le ha create e in Gesù il Verbo della vita.
I Magi avevano questi occhi e nel bambino hanno visto il Redentore.
Anche noi siamo chiamati a mantenere puri gli occhi, se vogliamo contemplare le realtà divine.
È possibile per noi, anche se fisicamente Gesù non è più con noi, attraverso la Chiesa nella quale risuona viva la parola, opera la grazia attraverso la liturgia e un popolo di Dio nasce e cammina nel tempo.
Solo l'occhio deve essere  puro attraverso un cuore libero da ambizione, avidità, sensualità, paura, frastuono... da ciò che è terreno.
Questo sguardo puro deve accompagnarci nella celebrazione eucaristica, nei rapporti interpersonali, negli eventi della vita.
Allora nel mutamento possiamo scorgere qualcosa che resta, nell'egoismo un amore, nell'assenza una promessa, nella solitudine un'amicizia e tutto porterà un nome: Gesù Cristo.

Dobbiamo chiedere con insistenza questo dono che è il dono dei doni: conoscere e amare Gesù Cristo.

domenica 1 gennaio 2017

Solennità Maria Santissima Madre di Dio

Cari Amici dela Fraternita’ Nazareth vi invio una mia breve meditazione sulla Solennità di Maria   Santissima   Madre   di   Dio, sperando possa  aiutarvi a vivere un Buon inizio di Anno.
All'inizio di un nuovo anno la parola di Dio ci presenta una Donna-Madre e un bambino.Perché intende subito esprimere la propria considerazione per il valore che nella vitarappresenta   il   lato   femminile   dell'esistenza.   La   sapiente     passività,   la   capacità   diaccoglienza, il dono di dare la vita… sono per la rivelazione valori altissimi. Anche in vistadi   una   piena   umanizzazione   del   mondo     il   contributo   della   donna   è   nella   Scritturaessenziale.2. L'altro messaggio di inizio anno è l'annuncio-auspicio  di pace. L'antico filosofo Eraclito nel frammento 53 ha scritto che il  Polemos, cioè la guerra   è il padre di tutte le cose.Ebbene, questo sogno impossibile della pace Cristo lo ha reso e lo rende possibile.Uniti a lui mediante il battesimo e l'eucaristia dal nostro cuore può essere sradicata laradice   violenta.   Allora,   e   solo   allora!,   incominciando   dalla   propria   vita   è   possibileinstaurare rapporti nuovi con gli altri,con le cose, rapporti riconciliati con tutti e con tutto. Ilcristiano porta dentro di sé una risorsa miracolosa: quella del perdono attivo. Come fa il suo Signore Gesù Cristo, anche il cristiano non perdona perché il reprobo si èpentito, ma perdona perché si penta, il suo perdono è, cioè, un investimento, per favorirela conversione del deviante. Solo così il cristiano può spezzare la spirale dell'odio, dellaritorsione, della vendetta. L'unico corto circuito che funziona quando la violenza si è scatenata è il perdono.Parola difficile il perdono, parola esigente, parola nuova, paradossale, ma non c'è altrastrada per riportare pace, concordia e serenità dovunque.All'inizio di un nuovo anno si è soliti scambiarsi gli auguri. Cosa augurarci quest'anno? Lasalute? Certo, ma senza nutrire sogni infantili di immortalità e senza mitizzare la salutefisica. Perché anche la sofferenza, il dolore e la malattia possono essere realtà piene,colme di una presenza, quella del Crocifisso, che trasforma anche il male in possibilità dicrescita e di vita nuova. Vogliamo  augurarci la ricchezza? La ricchezza spesso può essere disonesta, ingiusta, può favorire in noi  l'illusionedell'autosufficienza, dell'autonomia. Può renderci orgogliosi, ingiusti   ed egoisti. Non laricchezza dunque ci  auguriamo. Ma neppure la povertà:  potrebbe farci dubitare dellavolontà di bene di Dio nei nostri confronti. A Dio chiediamo solo il necessario. Però lasciamo a lui definire cosa nella nostra vita èveramente necessario. Vogliamo augurarci il successo? La televisione, l’ultima deliziadella caverna dell’uomo, non fa altro che stimolarne in noi il desiderio. Ma il prezzo dapagare   è   troppo   alto…   Non   il   successo,   ma   neppure   fallimenti   dobbiamo   augurarci:potrebbero farci sprofondare nell'abisso della depressione. E comunque ricordiamo cheanche chi dovesse incappare nel  fallimento è amato da Dio. Auguriamoci la pace, questasì. Purché sia quella vera, quella  che abita nel cuore di Dio  e che noi accogliamo congioia e che ogni giorno contribuiranno a costruire e a diffondere dovunque nel mondo