La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

venerdì 15 marzo 2019

Lettura del Vangelo della Seconda Domenica del tempo di QUARESIMA. Don Pietro

1. “Dio è luce, e coloro che Egli rende degni di vederlo, lo vedono come luce. Coloro che non hanno visto questa luce, non hanno visto Dio, perché Dio è luce”.
                                                                                (s. Simeone, il Nuovo Teologo)

E’ proprio l’esperienza di Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor, otto giorni dopo la rivelazione dell’imminente passione e morte.

1. “E mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”.
la luce rivelata ai tre è lo splendore divino, la “Gloria”
i discepoli hanno goduto di una visione di Dio
la luce esprime insieme la trascendenza e l’immanenza di Dio.

2. Nella Trasfigurazione si manifesta la Trinità.
il Padre come voce
lo Spirito come nube
il Figlio come luce che trasfigura i discepoli.

3.  La trasfigurazione accade otto giorni dopo l’annuncio della passione che produce:
sgomento dei discepoli: sono disposti alla sofferenza fino alla morte?
Pietro cerca di distogliere Gesù dalla strada di Dio. E si becca un sonoro  “Satana”.

4. Gesù porta i tre discepoli a pregare di fronte al mistero.
Ogni vera trasfigurazione germoglia dalla preghiera.

5. Noi siamo invitati a:
a. salire la montagna insieme con Gesù
b. pregare perché Dio illumini l’oscurità dei nostri cammini
c. scendere dalla montagna e riprendere la via di Gerusalemme senza paure e angosce, ascoltando sempre Gesù.

6. Il centro della fede è la passione, morte e risurrezione del Signore. Da intendere:
a. non come prezzo da pagare a un Dio sadico ma come dono d’amore per la vita degli altri
b. Gesù ci ha preceduto su questa strada: perché nessuno abbandonato si sentisse solo nella prova
c. Egli anticipa per noi la vittoria della Vita sulla morte.

domenica 10 marzo 2019

Brani della Prima Domenica di QUARESIMA – ANNO C. Riflessione di don Pietro

Occorre partire dall’uomo pasquale capace di: credere e di amare.

I Lettura: Dio libera il suo popolo.
Dio risponde al grido degli ebrei: miseri, poveri, umiliati.
Questo “credo” veniva recitato ogni anno, offrendo le primizie della terra loro benevolmente concessa.
I frutti della terra sono dono di Dio che:
con potenza libera dalla schiavitù
con amore dona la terra unitamente aii suoi beni
Il vero credente è colui che:
si apre al ringraziamento
all’umiltà: l’uomo può solo gridare
alla fiducia nella volontà di bene di Dio
alla fedeltà, non dubitando di Dio.

II. Il Vangelo: le tentazioni.
Proprio per la fede, Gesù è forte e vince le tentazioni.
La fede di Gesù si presenta nelle tentazioni in vari articoli.
I° articolo:
solo Dio merita di essere adorato
tutto e tutti sono a Lui sottomessi
nessun potere o potenza è veramente temibile perché chi è con Dio è garantito da ogni pericolo
nessun potere è desiderabile: Dio si prende cura.
II° articolo della fede di Gesù:
Dio è fedele per sempre alle promesse
non servono altre prove della fedeltà di Dio:
basta l’Esodo e, ancor più, la Croce
Dio non è una divinità pagana da sfidare.
III° articolo della fede di Gesù:
chi ha trovato Dio è nella vita vera, anche se, a volte, si ritrova privo di pane.

Le nostre tentazioni oggi sono:
il possesso
il potere-successo
il volere Dio a nostro servizio, farlo a nostra immagine.

Come vincere queste tentazioni?
Con la Parola, la Preghiera, il Digiuno. Come Gesù, cioè.

sabato 2 marzo 2019

LA SCELTA DI FEDE CI IMPEGNA AD UNA CONTINUA CONVERSIONE. Riflessione al Vangelo della Domenica, Don Pietro

Il brano evangelico conclude il "discorso della pianura", che l'evan-gelista Luca propone in una versione che in parte si ispira a Matteo (ricor-diamo il suo "discorso della monta¬gna", racchiuso nei capitoli 5-7) e in parte attinge a fonti proprie (ciò spie¬ga alcune diversità con Matteo e alcu¬ni adattamenti alle particolari esigen¬ze dei destinatari del suo vangelo, provenienti dal paganesimo).

Sia in Matteo sia in Luca questo "discorso" di Gesù è presentato co¬me il programma di vita del cristiano e della sua comunità. È importante al¬lora che quanti sono preposti alla gui¬da della comunità assimilino questo programma e lo rendano vita della lo¬ro vita, per non rischiare di sviare le persone affidate alla loro guida (è il si¬gnificato della parabola del cieco che pretende di guidare un altro cieco). Costoro, inoltre, devono avere la con¬ sapevolezza di essere a loro volta di¬scepoli di Gesù e di guidare la comuni¬tà come la guida lui (è il significato del detto: “Il discepolo non è da più del maestro»). Il discepolo di Gesù, poi, deve sapersi mantenere in un conti¬nuo atteggiamento di conversione e di rinnovamento interiore, anziché er¬gersi a censore dei fratelli (come per quattro volte in questo testo Luca chiama i cristiani) e delle loro debolez¬ze (è il significato dell'immagine para¬dossale della trave nell'occhio e della pagliuzza). Per questo è importante il richiamo a curare la propria interiori¬tà, che anche Luca - come tutta la Bibbia - ama esprimere con il termi-ne "cuore". Con questo termine la Bibbia vuole indicare la personalità profonda dell'uomo, la fonte ultima di tutti i pensieri, i gesti, le parole del-l'uomo, la radice del suo essere e del suo agire («L'uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore»).
Sempre nella Bibbia, l'immagine usata di frequente per indicare i frutti dell'agire dell'uomo è quella dell'albe¬ro (vedi Salmo 1; Isaia 5,1-7). Anche Luca la usa per indicare lo stretto le¬game che intercorre tra il cuore del¬l'uomo e il suo agire, legame simile a quello della radice che alimenta l'albe¬ro buono che produce frutti buoni. La contrapposizione tra "fichi dalle spine" e "uva dai rovi" si comprende se si tiene presente che in Palestina i cardi (o spine) producono frutti che sembrano simili ai fichi e il rovo pro¬duce frutti simili a grappoli d'uva.

domenica 24 febbraio 2019

Riflessione relativa alla VII DOMENICA del tempo ordinario.Don Pietro

PERDONO – NON VIOLENZA – UOMO “NUOVO”

1. Questo brano evangelico – sul perdono e sulla non violenza attiva e radicale  come stile dei rapporti del discepolo del Signore con quanti gli facessero del male – ci mette in crisi e ci crea imbarazzo.
Da un lato le parole di Gesù ci sembrano vere e giuste avendo l’autorità di Dio.
Da un altro lato, però, ci sembra pericoloso, per l’ordine che deve regnare nella società, perdonare ai malvagi e ai violenti e dare a chi ci ruba oltre al mantello anche la tunica.
Avvertiamo cioè come doveroso fermare la violenza ricorrendo anche a mezzi repressivi. E’ una contraddizione cui non possiamo e non dobbiamo sfuggire quella che, se persegue la giustizia sembra dover abbandonare l’amore e se sceglie l’amore pare debba rinunciare alla giustizia.

2. Non ci può essere conciliazione facile e totalmente risolutiva tra queste due alternative.
La contraddizione, infatti, nasce da un conflitto che è nel profondo del nostro essere: quello tra l’uomo terreno, carnale, che noi siamo, e l’uomo nuovo, celeste, che noi siamo chiamati ad essere e non solo nel futuro, ma, almeno incoativamente, già nell’oggi, nella trama dei nostri rapporti.
L’uomo carnale che in noi è vivo e vegeto tende sempre a costituirsi padrone della realtà imponendo su tutto e su tutti la sua volontà di potenza e sostituendo all’ordine del mondo il suo ordine.
E quest’uomo, autoprocalamatosi signore del mondo, è un uomo violento e produttore di violenza in quanto nega l’altro e il suo diritto e vede in lui un nemico.

Ora l’uomo carnale dal cuore violento che è in noi, emerge nei nostri comportamenti e, sommandosi ai comportamenti violenti degli altri uomini, dà vita ad una storia di inimicizia e violenza che avvelena i rapporti sociali – e anche quelli privati – e dà luogo a manifestazioni in cui lo scatenamento della bestia sembra, ormai, senza più limiti e remore.
Per questo noi siamo dentro una storia di peccato e di violenza le cui radici sono dentro di noi, nel nostro cuore.
Per questo siamo tutti complici della violenza. Perciò Gesù può dire: “Voi siete tutti cattivi”, radicati cioè nel vecchio Adamo e nella sua logica violenta.

3. Ora, la buona notizia dell’evangelo, l’annuncio lieto di Gesù è che questa logica può non essere onnipotente perché l’uomo carnale, il vecchio Adamo che è noi, può essere ucciso, vinto e sostituito con l’uomo nuovo, l’uomo spirituale, dono del Padre da accogliere, non meta da conquistare con i nostri mezzi.
E così, almeno in modo incoativo, parziale, solo per anticipazioni, noi possiamo dar vita e godere di un mondo nuovo, il Regno di Dio, in cui le radici della violenza possono essere estirpate.
Questo Regno viene verso di noi, è dentro di noi e germoglia come fiore impossibile tra i crepacci ancora profondi della violenza.

4. L’uomo nuovo, di cui parla Paolo, non è un’utopia, un sogno bello e impossibile.
In Gesù di Nazaret esso si è incarnato e ha preso vita. Con la sua morte e resurrezione è una possibilità offerta a tutti.
Gesù è entrato in un modo segnato dalla violenza imperialistica della pax romana e da quella terroristica del movimento zelota.
Egli riconduce quella violenza ed ogni altra, in ogni epoca e in ogni tempo, proprio al “cuore violento”, cui si rivolge per convertirlo, cambiarlo e istituirlo su un nuovo fondamento, per renderlo, cioè, capace di camminare nella non violenza per raggiungere la pace. Nella proposta di Gesù il male si vince col bene, che è poi convincere al bene e la violenza si debella convertendosi alla pace.
Così Gesù, incontrando la violenza non l’ha ratificata, ma l’ha scoperchiata, l’ha messa allo scoperto, portando il giudizio di Dio nel cuore degli uomini, fossero essi oppressori o oppressi.
Perché ogni vittima è un oppressore potenziale e aspetta il momento per prendere il posto dei violenti.
Ma Gesù non si è limitato a denunciare le radici della violenza, Egli ha anche indicato come possibile un mondo nuovo cui, peraltro, tutti gli uomini aspirano.

5. Gesù, personalmente, ha già vissuto in questo mondo nuovo e futuro, tanto nuovo e futuro che nessuno lo ha mai compreso, eccetto i santi.
La proposta di Gesù è fallita storicamente e fallirà sempre. La croce è il segno del fallimento.
Eppure Gesù è l’uomo futuro, l’uomo nuovo che anche a noi è proposto e offerto attraverso lo Spirito.
Questo significa la Resurrezione: Dio è dalla parte di quel fallimento e il futuro del mondo è dalla parte di quel fallimento.

6. Accogliere la proposta di radicale non violenza che Gesù ci fa – cioè rispondere con l’amore al torto che ci vien fatto – significa custodire nel cuore e far vivere nei rapporti i piccoli germi di un mondo diverso, capace di far vibrare le corde anche del cuore del carnefice.
Significa amare tanto da liberare non solo la vittima, ma anche il carnefice, come già è avvenuto il Venerdì Santo per i crocifissori di Gesù che capirono che il Crocifisso era l’uomo nuovo e si convertirono.
Quest’amore perdente secondo i parametri dell’immediato, il mondo lo giudica perciò stolto.
Ma a questo siamo chiamati: testimoniare un amore stolto, stolto perché non cambia subito il mondo e noi sentiamo che occorrono risposte urgenti alla violenza che ci assedia come morsa mortale.
Ma è un’illusione pensare che si possa realizzare una giustizia giusta attraverso la repressione e cogliere poi il frutto atteso della pace.

Era questa la prospettiva dell’Antico Testamento: credere cioè che attraverso la giustizia intesa come rettitudine e solidarietà potesse generarsi la pace, come bontà del mondo.
Gesù capovolge questa prospettiva: è la pace che genera la giustizia, perché solo dalla riconciliazione può nascere la rettitudine e la solidarietà. Senza uomo nuovo non c’è giustizia.
Il nostro compito di credenti è, allora, quello di scegliere concretamente la strada di un amore totalmente non violento, senza però la pretesa di cambiare il mondo.
A noi è chiesto solo di allevare nel nostro cuore e in quello degli uomini con cui interagiamo la certezza che solo la lotta non violenta vince, solo la forza della verità e dell’amore ha un futuro.
Le vittorie che potrebbero ottenersi con la violenza sono solo provvisorie se non  proprio illusorie. La storia è lì a ricordarcelo.

7. Certo, l’ideale dell’amore come principio costruttivo del mondo nuovo, mentre è grande, è anche debole e fragile come la Parola di Dio.
Ed è un principio che non può tradursi in una teoria, una dottrina immediatamente spendibile nella prassi, soprattutto nei rapporti sociali pubblici.
L’amore è solo una proposta offerta all’uomo vivo, alle sue potenzialità intime.
Solo i semplici e i puri di cuore possono comprenderlo e viverlo passando per ingenui e stolti secondo la logica del mondo.
Essi, quanti cioè, riescono a credere nella onnipotenza dell’amore e a testimoniarla, sono proclamati “beati” dalla Parola di Dio.

Il nostro compito – difficilissimo – è quello di rendere credibile l’amore in un mondo in cui vince solo chi oppone la forza alla forza, l’astuzia alla astuzia, l’avidità alla avidità.
Questo amore oggi non vince, ma prepara solo il mondo che viene, lo accoglie in piccoli germogli e ne dimostra la praticabilità.
Noi dobbiamo faticare tutta la storia per trovare vera questa parola del Signore, ma la scopriremo come vera solo quando la storia sarà finita, quando cioè vedendo faccia a faccia chi è Dio e chi è l’uomo, vedremo che Dio è amore e che anche l’uomo è amore.

Ora siamo chiamati a credere nell’impossibile: è questa la nostra tribolazione e la nostra beatitudine.
Non ci vergogniamo se lo Spirito ci dona di vivere alla lettera la parola del Signore, di porgere l’altra guancia, di dare anche la tunica a chi ci ruba il mantello.
E’ un privilegio anticipare ed entrare con gesti apparentemente stolti, in un mondo futuro cui tutti gli uomini, senza saperlo, aspirano.
Diffondiamo nel mondo queste fulgide insipienze: in esse è nascosta la sapienza di Dio che ha creati gli uomini non perché siano come il primo Adamo carnali e violenti, ma perché siano come il secondo Adamo, Gesù, miti e amici di tutte le creature.