La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

lunedì 1 gennaio 2018

Festa della S. Famiglia. Commento al Vangelo di don Pietro

"Alzati, Giuseppe". Il giusto dorme sonni tranquilli. Non Giuseppe, però. Quelle notti a Betlemme, lontano dalla sua terra, in un buco di casa rimediato alla meno peggio con l'aiuto di qualche pastore, dovettero essere notti agitate e, per lunghe ore, in sonni.
I vagiti del bambino svegliato dal freddo pungente della notte betlemita, i sospiri, le lacrime e l'ansia della madre, il pensiero della botteguccia abbandonata a Nazaret..., ore e ore di veglia interminabili e terribili.
Anche Dio nell'alto dei cieli vegliava con Giuseppe, come con ogni giusto sofferente. Vegliava anche Erode, il sanguinario, ma per tramare insidie contro l'innocente. E nella notte, l'ora preferita di Dio, la parola visita il povero carpentiere di Nazaret: "Alzati, Giuseppe". Una parola che, quando accade, scuote, sveglia, stimola. E snida l'uomo dal rifugio onirico cui egli spesso ricorre come a naturale difesa contro la paura e l'angoscia dei giorni dominati dai violenti.
"Alzati, Giuseppe". Dio non sopporta di vedere la propria immagine, l'uomo, reclinata e curva. Ama il profilo dell'uomo eretto, nella dignità dell’ in piedi. Pronto a muoversi, ad agire, a collaborare per la realizzazione dei suoi piani misteriosi. Un Giorno -il Giorno!- Dio rialzerà l'uomo prigioniero nel sonno del sepolcro per restituirlo all'altezza della vita. Meno male, visto l'insuccesso occorso al primo uomo. Sgomento per la fatica di dover stare vivo e dritto davanti al suo Signore, aveva ceduto alla malia della polvere, dove il giacere inerte può offrire non disprezzabili vantaggi al rinunciatario, all’infincardo e al vile.
"Prendi con te il bambino".  Incomprensibile Dio! Non una scorta armata, non passaporti diplomatici, non carri blindati. Ancora e soltanto un bambino. In correggibile Dio! Già ai cuori smarriti dei suoi figli di Israele, che gli chiedevano un condottiero invitto, non promette che un infante: "Un fanciullo guiderà” (Is 11, 16). Misterioso Dio! Al grande preferisce il piccolo; il minore ha la meglio sul maggiore; un germoglio, all’inizio e soltanto molto più tardi il frutto maturo. Ciò che il mondo disprezza, lui l'ama. La sua storia è riciclaggio di scarti. Ma Giuseppe, dalla fede taciturna e robusta, si fida del folle divino. Non sarà lui a guidare. È il bimbo a portare quelli che lo portano. Giuseppe sa bene che con quel bimbo può tutto e, per lui, è pronto  a tutto. A buon rendere: il salvato da morte salverà i suoi salvatori, e non soltanto loro.
Quel bimbo sulle sue spalle, lungo il sentiero della tribolazione, abbandonato fiducioso fra le braccia sue e della madre, gli insegnerà ad ogni passo l'arte di stare davanti a Dio. Come a scuola di "infanzia spirituale". Un pargolo maestro dei segreti di Dio.
Accanto a Giuseppe c'è Maria, pellegrina del dolore insieme con lo sposo. Madre delle vittime è sempre presente sulla strada del pianto e di ogni tribolazione. La madre: ultimo baluardo  per la difesa dell'umano. Possiamo perdere tutto, lo scorrere  inesorabile e duro del tempo logora e consuma ogni realtà: anni, salute, cose, rapporti..., salvo la madre. Non scompare mai.
Se la morte la ghermisce, vive dentro, presente più che mai, proprio perché  assente. Chi ha voluto accanto la madre, dal viaggio in Egitto fino al calvario, dirà che nel suo regno non ci sarà posto per padri ma soltanto per madri e fratelli.
"Alzati e fuggi in Egitto". Egitto: non luogo geografico, ma teologico. Egitto: per imparare a vivere da stranieri, da profughi ed esuli su questa terra, soltanto pallida metafora della patria vera. Egitto: terra di faraoni e, dunque, di catene. Ma anche delle meraviglie del Misericordioso. Il bimbo vi è condotto per apprendere il suo mestiere, l'arte paterna: ascoltare il gemito dei curvati,  vedere il lamento degli oppressi e scendere dall'alto nei sotterranei della storia per liberare chi è in ombra di morte. Falegname sarà soltanto il suo secondo lavoro. Anch'esso per liberare: forme gentili da ruvidi tronchi d'abete, gioia e pane da mani callose.
"Fuggi, Giuseppe". Lontano dai violenti. Non rispondere al male con il male. C'è l'ora delle tenebre e del loro trionfo. Ma non è l'ultima.
Giorno verrà in cui tutti gli Erode e i faraoni di turno saranno deposti dai loro troni e l'umile innalzato. Sulla croce, trono di Gloria. Perciò: "alzati, Giuseppe", uomo di ogni tempo, di ogni terra, e di tutte le lacrime.

Festa della santa famiglia

La rivelazione biblica riconosce rilevanza alla famiglia, però avanza anche riserve sulla sempre possibile  assolutizzazione di questa istituzione umana. Perché più importante della famiglia per la fede cristiana è il Regno di Dio. In esso bisogna inscrivere anche la famiglia. Lo stesso Gesù ad un certo punto della sua vita abbandona la famiglia per seguire la missione che il Padre gli affida. E parlando della famiglia Gesù la inserisce in un'altra famiglia più grande: quella dell'ascolto e della messa in pratica della parola di Dio. Come anche Gesù relativizza i legami della famiglia fino a parlare, scandalizzando molti, di odio verso padre, madre, moglie e figli e fratelli per seguire la chiamata di Dio.
Il Vangelo non ci presenta un modello preciso di famiglia. Ci offre solo indicazioni per vivere da cristiani in ogni modello di famiglia.
La prima indicazione della parola evangelica è il riconoscimento in famiglia e fuori della dignità e della libertà di ogni suo componente. La grazia di Dio ci assicura che in ogni evento di vita familiare, anche in quelli dolorosi, essa suscita dinamiche più forti del male.
L'esempio per i cristiani è la Santa Famiglia di Nazaret. Il Vangelo ce la presenta nel brano odierno in una situazione di dolore e di angustia.  Ebbene questa famiglia non rivendica interventi miracolosi da parte di Dio. Questa famiglia vive, come tutti, il disagio dell'essere profughi. Si mette in ascolto docile della parola per decifrare il disegno misterioso di Dio in tale evento e  vive nella memoria delle meraviglie che Dio ha operato nel passato e opererà ancora.
Tornando a Nazaret questa famiglia fa i conti con quello che si può definire il terribile quotidiano della vita. Gesù vive come il nazir ,cioè come il consacrato, come colui che per la chiamata di  Dio rinuncia all'uso di alcol, alla cura della chioma, a qualsiasi impurità. Ma egli è anche il nezer, cioè il germoglio, il  dono che Dio fa all'umanità, il dono di una  nuova alleanza. Questo patto d'amore non escluderà le genti, i goim, i pagani. Gesù vive  la gran parte della sua vita scegliendo i silenzio e il nascondimento a Nazaret. Ma anche in ciò c'è una grande rivelazione da parte di Dio: quella di Nazaret è la predica silenziosa di Dio all’uomo. Perché attraverso Gesù e la sua famiglia Dio potesse  rivelarsi alla creatura come Presente nella semplicità delle opere e dei giorni, come amore. Ed è l'amore la legge suprema e la più importante in ogni rapporto: all'interno della famiglia e fuori di essa.

sabato 23 dicembre 2017

Lettura al Vangelo dell'ultima domenica di Avvento. Don Pietro

1. Premessa

Non è Maria  il centro focale della odierna liturgia della Parola. È Dio, i cui pensieri, propositi e operazioni risplendono in pieno in questa creatura che, in risposta, vi consente pienamente.

2. Gli "angeli" e l'angelo"

Tra l'uomo e Dio c'è un’abisso incolmabile. L'uomo non può raggiungere Dio se Questi non prende l'iniziativa di scendere, di squarciare i cieli per andargli incontro.
Uno degli strumenti attraverso cui Dio comunica con gli uomini sono gli Angeli. Portano all'uomo la Potenza, la consolazione, la compagnia di Dio. Soprattutto la sua Parola.
Per il mistero oscuro del Male può accadere -è accaduto e accade- che l'uomo si lasci sedurre da falsi angeli, ministri delle tenebre ammantati di luce.
Il criterio per poter discernere tra angeli di Dio e angeli al servizio del Maligno va individuato nel tenore della proposta che essi fanno e dalle conseguenze che discendono dall'accoglienza del loro messaggio.

A.,  Gli angeli seduttori:

La Bibbia ha registrato un caso di cedimento grave di alcune creature -donne precisamente- alla seduzione esercitata nei loro confronti da uno stuolo di angeli perversi, falsi messaggeri di Dio.
Solleticandole nel loro fascino femminile -punto debole nel naturale e culturale narcisismo di ogni donna- questi angeli seduttori le convincono ad unire la loro bellezza fisica con la potenza superiore che essi avevano in quanto creature sovrumane, angeliche.
Da questa unione -insinuano gli angeli tentatori- nasceranno uomini di divini, autonomi da Dio, piccole divinità in grado di sfidare Dio, di fare a meno di lui. Insomma l'antico delirio di onnipotenza per l'uomo.
Dice Isaia del re di Babilonia in una elegia satirica e potente:

" Tu pensavi: salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell'assemblea divina, salirò sulle nubi nelle regioni superiori e mi farò uguale all'Altissimo!
E invece, sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell'abisso infernale" (Is 14, 13-15)

Così ragiona e agisce l'uomo che vuole sfidare il Dio con la complicità degli spiriti malvagi che ottenebrano la sua mente e il suo cuore esaltandoli.
Il giusto, invece,  sa che solo Dio può salvarlo dalla sua povertà radicale di creatura.
Egli sa di vivere sospeso tra due parole: la misericordia sovrabbondante di Dio e la sua miseria abissale.
L’uomo che sfida Dio è respinto da Dio e ripiomba nella sua miseria.

La Bibbia si informa della provenienza di questi angeli seduttori:  scendono dal cielo. Si ammantano di religiosità e sacralità. Cioè:
La religione può diventare una forte tentazione per la mania di grandezza dell'uomo.
Dall'unione di questi falsi "figli di Dio" con le donne vanitose (cioè con l'uomo preda dell'orgoglio) nascono i giganti, i potenti e violenti della terra che gettano il mondo in una catastrofe cosmica. E Dio manda il diluvio come castigo per la loro malvagità.
Questi figli nati dalle donne si sedotte dagli angeli sono i dominatori del mondo, quelli che si fanno venerare come figli di Dio e diffondono sulla terra  violenza e morte.

B.  L’Angelo di Maria

Ben diverso è il racconto di Maria e dell'angelo Gabriele.
Come quelle donne, anche Maria dà alla luce un "figlio di Dio".
Ma questo figlio non porta sulla terra il dominio e, dunque, violenza e morte. Al contrario porta una promessa di pace vera.
Questo figlio di Dio non si fa adorare come Dio a motivo del suo potere politico, ma segue la via dell'impotenza sino alla croce e tuttavia è superiore ad ogni potenza.
Quelle donne che si uniscono agli angeli servi delle tenebre si lasciano sedurre dalle loro lusinghe, cedono alla magia oltre che alle loro malie. Maria, invece, ricevere l'angelo che le annuncia  il concepimento e la nascita di un figlio, ma rimane consapevole della sua creaturalità, del suo essere semplicemente una donna che accoglie la Parola di Dio, se na fa fecondare per mettersi totalmente al servizio della vita e, ora, anche della vita divina. E in ciò risponde fedelmente alla sua vocazione di donna divenendo modello, icona, di ogni credente e di ogni comunità di fede.
C'è un confine da superare: quello tra cielo e terra.
Nel mito dei figli di Dio che si uniscono carnalmente alle figlie degli uomini  il tentativo è di superare il confine attraverso il sesso, considerato come potere divino, interpretato come forza divina, sacra.
In Maria, invece, i cieli e la terra si uniscono attraverso la Parola di Dio donata e accolta. Questa Parola di Dio è una forza creatrice: suscita la vita, genera  in Maria il figlio di Dio, supera i confini tra cielo e terra, annuncia pace sulla terra, produce l’elevazione dei poveri, degli affamati e degli umili.
Questa Parola di Dio, se accolta, crea anche in noi un uomo nuovo. E così diventiamo tutti  figli e figlie di Dio, sorelle e fratelli di Maria e di Gesù.

domenica 17 dicembre 2017

III Domenica di Avvento. Riflessione al Vangelo di Don Pietro

1. Un invito alla gioia

Un invito che assume quasi il tono di un precetto, di uno ordine: "Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino".
Ma si può comandare la gioia? È possibile, oggi, per l'uomo e per il credente parlare e proporre la gioia? E quali sono le ragioni e i contenuti di questi eventuali atteggiamenti di letizia che siamo chiamati a vivere e a testimoniare al mondo ?

2.  La situazione

Assistiamo ad una crescente di riduzione della gioia di vivere e ad una diffusa noia dell'esistenza. Spesso siamo delusi e scoraggiati, tristi e annoiati nel presente e tutti siamo presi dalla preoccupazione e dall'ansia per il futuro.
Sappiamo anche, per esperienza personale, che i piaceri del cosiddetto benessere non ci bastano, che anzi rischiamo di morire dentro, nella corsa in cui siamo impegnati per averne sempre di più con la paura che, per il gran numero di concorrenti, finiamo per arrivare tardi rimanendo a mani vuote.
Siamo consapevoli che ormai  si impone, per necessità oggettiva oltre che interiore, uno stile di vita più sobrio e semplice, ma facciamo fatica a liberarci di un modello che definiamo consumistico nel senso che ci consuma la vita.
I giovani avvertono più degli altri questa noia e questa tristezza che cercano di soffocare in diversi modi fino a giocarsi la vita per un momento di emozione come stendersi di notte sulla linea di mezzeria d'una corsia autostradale per vedere cosa succede...

3. Lettura della situazione alla luce della fede

La parola di Dio rispetto alla condizione umana ci avverte e ci ammonisce che il nostro cuore e il cuore della storia non hanno in sé il potere di darsi la gioia, ma hanno bisogno di riceverla come dono, come salvezza.
È Dio, e soltanto lui, che in Cristo fascia le piaghe del cuore. È Dio, e solo lui, che in Cristo ci libera dalle nostre schiavitù e prigioni, dal tedio della vita e dall'angoscia del tempo.
È qui la ragione della gioia: cioè nella speranza radicata nella fede che Dio, in Cristo, ci apre ad una novità sempre possibile e ad un cambiamento sempre in atto.
La gioia, perciò, non può esistere come sentimento spontaneo ed emotivo del cuore, ma essa nasce dall'adesione profonda alla persona di Gesù Cristo e cresce continuamente nell’ascolto della parola e nella preghiera, nella docilità allo Spirito e nella fedeltà anche nella sofferenza.
La gioia è, perciò, un itinerario che esige interiorità.
Questa esige il silenzio che vince il chiasso e l'alienazione delle cose.
Il silenzio porta all'ascolto di Dio che parla al cuore dell'uomo facendolo sentire amato da lui e sollecitato da lui a scegliere e a seguire ciò che rende felice vera: la verità e l'amore da vivere fedelmente anche nelle prove e nelle difficoltà, nelle delusioni e nelle contraddizioni della vita. Insomma: la sorgente unica della vera gioia è Dio. Solo chi è in relazione viva e profonda con lui conosce e sperimenta una gioia che il mondo irride e non può conoscere.  Ad esso basta lo stordimento del divertimento e la breve euforia di un'allegria chiassosa e vuota.

Il Buddismo ritiene che la causa dell'infelicità umana siano i desideri insoddisfatti. La terapia consisterebbe  nell'eliminazione di tutti i desideri.
Il messaggio cristiano afferma invece che i desideri del cuore umano debbono essere orientati a Cristo che, essendo la pienezza delle nostre aspirazioni, deve essere anche l'oggetto dei nostri desideri.
Ciò che conta per conoscere e vivere la gioia è tendere a Cristo, unificare in lui la nostra vita lacerata e  divisa.
Tendere a Cristo: è l'invito di Giovanni Battista che dirotta  le folle verso il Cristo. Lui è il Messia, lui la speranza, lui la gioia, lui lo sposo.
Giovanni ne è solo il battistrada, la voce, l'amico. Lui, come la Chiesa, potrà anche deludere, ma Cristo non smetterà mai di essere la nostra gioia e la nostra speranza.
A Cristo possiamo tendere, ma non pretenderlo: egli è il grande dono del Padre. Dunque anche la gioia è grazia, puro dono.
Questa grazia ci è  data in ogni eucaristia che è celebrazione gioiosa della salvezza del Signore.
È la gioia pasquale quella che passa nella celebrazione eucaristica. E’ una gioia capace di vincere ogni tristezza derivante dal peccato edalle prove e contraddizioni della vita. È una gioia che nasce dalla visita del Signore che dà speranza e liberazione alla vita di ogni giorno.
Colmi di gioia ci apriamo alla lode, al ringraziamento e alla benedizione. Chi è gioioso sa ringraziare, benedire e lodare: Dio per il suo amore, i fratelli per il bene che operano, la vita perché  dono grande nonostante le prove.
Una gioia da testimoniare.

domenica 10 dicembre 2017

Riflessione al Vangelo della II Domenica di Avvento. Don Pietro

1. Un Dio "testardo" 

Il Dio della rivelazione biblica ci appare come un Dio tenace e irriducibile, mai rinunciatario. Tenta  sempre di nuovo, provando e riprovando. I fallimenti non lo scoraggiano più di tanto. L'incompiuta a cui più lavora sono "i Cieli nuovi e la terra nuova nei quali abbiano stabili di mura la giustizia”. A Dio non interessa un semplice restauro di facciata.

Non che l'insuccesso di Dio sia totale. Le imprese gli è già riuscita in Cristo, nuovo Adamo, immagine perfetta del Padre e nei Santi: una moltitudine che nessuno può contare, “144.000,,, cioè una schiera infinita.

Vorrebbe riuscirci per tutti, ma l'ostacolo più grande gli viene dall’uomo. Che si è messo in testa per prendere il posto di Dio. Ma emerge solo come un inguaribile usurpatore, malato di onnipotenza, un suo vecchio e vero delirio. Tentò con una mela e l’ha pagata a un prezzo altissimo e ha ritentato subito con una Torre a Babele... Un vero recidivo:  continua imperterrito la sua impossibile impresa.
Ora l'uomo è tutto rotto, incerottato e ferito: ha rovinato la sua vita con questo suo maledettissimo vizio di voler essere dio ed è diventato tiranno dei suoi simili e nei suoi confronti è aperta da tempo una procedura fallimentare. Intanto è di pessimo umore, è infelice e rende gli altri infelici.

2. Dio consola e cerca collaboratori
 Per favore: non credete a chi accusa Dio di tanto disastro! E’ l’uomo il vero e principale responsabile!
Intanto Dio è impegnato a consolare e curare le vittime dello sfacelo operato dall'uomo: sono milioni e non c'è mano che non grondi sangue…

Intanto che consola, Dio continua a lavorare al suo progetto: rinnovare i Cieli, far nuova la Terra.
Ma ha bisogno di collaboratori: ciascuno di noi nel suo piccolo, è destinatario della chiamata. Dobbiamo passare da antagonisti di Dio a suoi collaboratori sentendone la fierezza e la responsabilità insieme.
Dio però ci avverte: l'impresa è laboriosa e i tempi sono lunghissimi. Perché il cambiamento dev'essere profondo, non di facciata, niente chirurgia plastica, niente bacchetta magica.
Dio diffida di tutti i "nuovisti", i "miglioristi "e dei falsi rivoluzionari.
Dio supera anche Giobbe in pazienza e invita anche noi alla pazienza. Pazienza  con lui: 1000 anni sono come un solo giorno. Pazienza con noi:  soste, impuntature, ritardie. E pazienza  con gli altri: hanno i loro tempi e i loro ritmi.

3. Cambiare se stessi

Il primo cambiamento Dio lo sollecita  da ciascuno di noi: da me, da te, da ciascuno.
L’esempio e modello è Giovanni Battista, profeta ruvido, scostante, impopolare. Si spoglia di ogni vanità, diserta la piazza della città e sceglieil deserto. Cerca l’autenticità della sua voce, no la potenza degli altoparlanti. Prima di predicare si impone con l'austerità e con la serietà della sua vita..

4. Convertirsi

Questo si chiama convertirsi. Ma noi non desideriamo la conversione, anzi la temiamo perché significa mettersi in gioco. La conversione è oggettivamente dura, ma è l'unica strada del cambiamento. "Impara a vivere in pace  e migliaia di anime intorno a te troveranno la salvezza" (San Serafino di Sarov)

5. La grazia della conversione

Perciò Dio ci dona la sua grazia. Il primo dono è il battesimo di acqua che serve a purificare, a raddrizzare le storture della mente, del cuore e della volontà, a colmare i vuoti di ascolto della Parola a causa del frastuono e della  vanità, ad abbassare le alture e cioè l'idolatria, l'affermazione del proprio io ad ogni costo. Poi ci chiama come Giovanni a sperimentare il deserto: perché Dio parli al nostro cuore e perché possa entrare nelle profondità della nostra esistenza dove risiedono i desideri più veri, dove elaboriamo i progetti, le scelte fondamentali della nostra vita. La via di Dio passa attraverso il deserto:lì avvengono gli incontri decisivi dello spirito.

6. Il battesimo nello Spirito

Così saremo pronti per un altro battesimo, quello nello Spirito santo.
Sarà lui a spingerci e a portarci. Lui accenderà in noi un fuoco: la passione della verità e dell'amore.
Pur rimanendo nella carne, diventeremo creature spirituali: occhi, gesti, parole, corpo e anima ne saranno segnati.
Diventeremo una novità mai vista: la novità di Dio.
Se solo ci decidessimo!...