La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

sabato 17 agosto 2019

Lettura del Vangelo della DOMENICA XX . Don Pietro

1. “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso”.
Dunque, ora sappiamo perché Dio ha inviato il Suo Figlio sulla terra:
a portare ciò che non c’era e che nessun uomo poteva produrre da solo: un altro fuoco.
Il fuoco è metafora forte e ricorrente nella Scrittura; simboleggia:
la presenza di Dio come potenza e Verità
l’energia divina che dà vita ad ogni creatura
l’Amore di Dio che tutto trasforma e riconduce a Sé
questo fuoco è una persona: è Gesù stesso e, dopo il suo ritorno al Padre, è lo Spirito Santo.
L’accensione di questo fuoco può incontrare ed incontra sovente la resistenza e l’opposizione dell’uomo.
Questi, all’incendio di Dio che lo brucia ma per illuminarlo e trasformarlo in una creatura nuova, preferisce i suoi piccoli focherelli, fatui e caduchi.
Che nel nostro cuore ci sia – se non il divampare dell’incendio divino – almeno il desiderio che le sue fiamme possano lambire le nostre esistenze e quelle dei nostri simili.
Chissà che il disagio del vivere che sperimentiamo non dipenda proprio da questa assenza, ormai intollerabile, del fuoco divino dalle nostre vite, dal non sperimentare più la Presenza di Dio, la sua energia vitale, l’amore del Figlio Gesù e dello Spirito Consolatore…

2. “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione”.
E, però, siamo avvertiti: il fuoco di Dio, se lo accogliamo dentro le nostre vite, intanto le scombussola sconvolgendole.
Dio non può avallare i nostri calcoli miopi e meschini, non può legittimare le nostre innate tendenze alla pigrizia, alla falsa tranquillità, all’ordine ingiusto.
Non ogni pace è secondo Dio e da Lui benedetta. Come quella imposta con le armi, quella che si accompagna alla ingiustizia, quella che è esclusiva dei più furbi e dei più egoisti.
Anche la Chiesa può essere tentata da una falsa pace. S. Bernardo scrive:
Amaritudo Ecclesiae sub tyrannis est amara.
Sub ereticis est amarior
In pace est amarissima.
La pace cristiana – sempre e dovunque – non aggira il conflitto, anche duro, ma lo vive e lo supera attraverso il servizio della Verità e il metodo della non-violenza radicale.
E dove non c’è soluzione possibile il conflitto va vissuto in spirito di pazienza, nell’attesa della composizione finale quando verrà il GIORNO DI DIO.
3. Il discernimento.
Gesù ci invita a comprendere e saper giudicare il tempo in cui viviamo, ciascuno da se stesso, senza che siano gli altri a doverci dire ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, abilitati come siamo, per natura (intelligenza e coscienza) e per grazia (Spirito Santo), a farlo.
In rapporto a che dobbiamo giudicare i fatti del tempo?
E’ chiaro: in rapporto alla pace di Cristo, non ai nostri interessi o ai successi della Chiesa istituzionale, o alla tranquillità del nostro paese.
Bisogna allora guardare agli ultimi, agli umili, a coloro che portano il peso della ingiustizia del mondo.
Conseguentemente il nostro giudizio non può non essere che di contestazione.
Saremmo in peccato se ci preoccupassimo di non disturbare e scegliessimo di una prudenza carnale e non evangelica.
Un uomo prudente che tace, piace molto, soprattutto in alto.
Ma non è un uomo dell’evangelo.
Gesù non ha misurato il silenzio e le parole secondo criteri di opportunità ma secondo le esigenze di una Parola che doveva liberare e aiutare.
Così anche Geremia: è gettato nella cisterna perché non è stato zitto ma ha urlato una Parola di verità.
Non annunciare le esigenze anche ruvide dell’evangelo equivale a peccare.
C’è un silenzio complice del male.
Certo parlando si corre il rischio di dire parole presuntuose.
Ma ciò non deve toglierci il coraggio di essere cristiani coerenti nel contestare il male e nel difendere coloro che sono vittime del male


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