La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

sabato 10 febbraio 2018

RIFLESSIONE SULLA DOMENICA SESTA TEMPO ORDINARIO. Don Pietro

1. Società, devianza, emarginazione

È impressionante quello che abbiamo letto nel primo brano della Scrittura: le prescrizioni fatte da Mosè riguardo ai lebbrosi. Il lebbroso doveva vivere fuori dell'accampamento, in solitudine, doveva vestire abiti laceri, avere il capo coperto e doveva gridare sempre: " sono immondo sono immondo".
Queste norme -ed è questo l'aspetto più inquietante- erano avallate e sanzionate dalla religione. Erano, cioè, prescrizioni volute da Dio. Almeno così ritenevano i responsabili della religione.

2. Al tempo di Gesù fino ad oggi

Questo costume, questo meccanismo di espulsione dall'accampamento, dalla società di chi è diverso, deviante, di chi non si integra nell'ordine costituito perché pericoloso, vigeva ancora al  tempo di Gesù ed opera ancora oggi.
Anche nei nostri "accampamenti" non c'è posto per i lebbrosi, per gli anormali, in tutti i sensi. Per loro sono previsti compartimenti transennati, riserve, ghetti ben lontani dalle città,  moderni accampamenti.
Come al tempo di Mosè vigono ancora oggi metodi analoghi, gli stessi meccanismi di espulsione: quelli che non sanno, non riescono, non vogliono vivere secondi i canoni stabiliti dalla legalità, tutti quelli che danno fastidio ai "normali", quelli che deturpano con le loro piaghe un'immagine di città-accampamento che si vuole perfetta e pienamente integrata, vanno soegregati perché incapaci di vivere come noi. Pezzi nonriusciti, avanzi, esuberi, scarti del nostro sistema: da tollerare, con sospetto paternalismo e con benevola concessione. Comunque sempre mele marce da separare da quelle buone. Persone trattate come ortaggi…
Leggi sempre scritte e convenzioni morali sanzionano, da sempre, questi meccanismi di segregazione con l'avallo delle cosiddette "persone perbene", coloro che Gesù chiama i sani, i virtuosi, gli integrati, per i quali egli non ha avuto parole da dire se non di vituperio, di biasimo e di condanna.

3. Gesù e noi

Ma Gesù, con la sua parola e con il suo comportamento verso tutti gli esclusi che ha incontrato ha insinuato  dubbi nelle certezze di quanti vivono comodamente insediati negli accampamenti, i garantiti, i normali, i sistemati.
Gesù dichiara, senza mezzi termini, abusive le nostre granitiche sicurezze.  Gesù smaschera le nostre discriminazioni riconducendole al nostro ambiguo bisogno di garantirci da ogni infezione.
Gesù denuncia che  sotto la nostra legalità si nasconde un'intenzione iniqua: quella di difenderci dagli altri etichettandoli così pericolosi,  considerandoli come costi solo passivi  per la nostra organizzazione sociale.
Anche la religione, se non è attraversata da spirito evangelico, finisce per apporre il suo sacro sigillo legittimando questi procedimenti di emarginazione e convincendo i deboli, le vittime, che è giusto che siano emarginati, tanto poi ci sarà un mondo diverso, ma solo nell'aldilà, dove queste speculazioni non ci saranno più.
Gesù, dunque, è un segno di contraddizione per questa mentalità che emargina e ghettizza uomini e donne, dopo averli prodotti, e  magari con la benedizione della religione.
Gesù, che circolava fuori dell'accampamento, mette a soqquadro l’accampamento contestandone i valori, sacrali o laici che essi siano.
Gesù non persuade gli esclusi ad avere pazienza, ad attendere la morte per avere un risarcimento. Avesse fatto questo, l'accampamento lo avrebbe stipendiato perché garantiva la sicurezza. Invece l'accampamento lo ha fatto morire. Perché aveva dato ai lebbrosi  il sentimento della loro dignità,  persino quello di essere privilegiati agli occhi di Dio. Perché ha smascherato le virtù stabilite dall'accampamento come imbiancamento di sepolcri. Perché ha denunciato i suoi maestri  come falsi maestri.
Gesù guarendo il lebbroso e rinviandolo all’accampamento-società,  ha tentato di guarire anche l'accampamento-società dallasua lebbra: quella di non essere spazio di vita per tutti e questo non per i limiti e le debolezze delle realizzazioni umane, ma come esito voluto, programmato e perseguito con diabolica tenacia.
Questo è l'evangelo di sempre che vale per noi  suoi discepoli che siamo dentro l'accampamento e magari abbiamo anche qualche grado in esso...
Concretamente:  fare di ogni lebbroso, di ogni emarginato, il metro di misura e di giudizio di tutto l'accampamento.
Dobbiamo metterci in ascolto di quanti sono fuori l'accampamento per sentire il loro giudizio sull'accampamento.
 Guardare, insomma, il mondo dalla sua periferia, non dal suo centro. Gesù così ha fatto.
Dobbiamo perlustrare il nostro territorio umano per scoprire e contrastare i tanti processi di emarginazione. Donare  dignità e vita.
Ricordiamoci sempre che il Regno viene  quando un segregato viene reinserito in una società, che però per farlo, deve rimettersi in discussione.
Il Nome santo di Dio non può essere usato per giustificare il mondo così com’è, ma può essere pronunciato solo per preparare il mondo nuovo che viene e che Cristo ha già inaugurato.
Allora esso è un nome di liberazione. Perché il vero culto a Dio si celebra nel momento in cui l'escluso viene ricondotto dentro le mura di tutti.

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