La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

martedì 25 aprile 2017

25 Aprile

L’Italia di Salò
I combattenti della parte sbagliata

Arduo scrivere una storia condivisa della Repubblica Sociale Italiana (1943-45). Eppure Mario Avagliano e Marco Palmieri ci sono forse riusciti, indagando un passato segnato dal «disconoscimento totale e reciproco dell’umanità dell’avversario», come ha osservato Luigi Ganapini, autore nel 1999 di uno dei primi studi scientifici d’insieme sulla Repubblica delle camicie nere . Rispetto alle precedenti, questa nuova sintesi privilegia una ricostruzione dal basso, dando spazio ai diari e alle lettere coeve degli uomini comuni. Una fonte non priva di trabocchetti (i testimoni diretti non sono quasi mai i migliori giudici di se stessi), ma utilissima per aprire uno squarcio su una realtà magmatica, non del tutto riconducile all’ideologia dei capi. Altra peculiarità di questo tomo (a volte un po’ ridondante) è lo sguardo esteso anche alle propaggini estere della Rsi, dai «non cooperatori» nei campi di prigionia alleati sino al «fascismo clandestino» operante al Sud, nell’Italia liberata.
Sia chiaro: questi documenti confermano molti tratti distintivi dei combattenti «dalla parte sbagliata». Lo choc del 25 luglio e la vergogna provata per il «tradimento» dell’8 settembre. La volontà di riscatto, anche solo per «perdere una guerra a modo mio». La propensione a considerare il duce vittima di «falsi fascisti» e la rinnovata fiducia nelle sue doti quasi sovrannaturali. L’odio per «la zona grigia degli indifferenti e dei rassegnati». L’ansia di vendetta e il desiderio di combattere non solo al fronte, ma anche contro i «ribelli» (smentendo così la tesi di una certa refrattarietà dei militi di Salò a scontrarsi con altri italiani). Le invettive contro i «negri» e i «porci angloamericani». Una concezione del mondo complottistica e manichea, con «massoni» ed «ebrei» gran burattinai. Del resto, come stupirsene? La Rsi dichiarò di «nazionalità nemica» tutti gli israeliti italiani e collaborò alacremente al genocidio ebraico.
D’altra parte, questa ricognizione svela un quadro assai più variegato dei «gregari di Salò». Non soltanto coscritti entusiasti, ma anche «tiepidi, recalcitranti, renitenti, disertori». Molti di loro, trasferiti in Germania per un periodo di addestramento, scrivono alle famiglie messaggi densi di angoscia per la fame, il freddo, la fatica e la sensazione «di essere agnelli ai comandi di alcuni ufficiali tedeschizzati». C’è poi chi si rifiuta, in Italia, di partecipare a esecuzioni sommarie di partigiani e civili. Per non parlare di quanti passeranno al fronte avverso, come il futuro storico del colonialismo Angelo Del Boca, qui citatissimo. Degne di riflessione anche alcune missive di «repubblichini» in attesa di essere giustiziati, intrise di dignitosa compostezza, tanto che potrebbero essere quasi scambiate per lettere di condannati a morte della Resistenza: «Muoio con l’animo tranquillo perché ho la coscienza di aver fatto tutto con slancio e devozione a quella Patria che ho amato più di me stesso, più della famiglia, forse più di Dio».
Gli autori non trascurano la persecuzione degli ebrei, la «guerra ai civili» e le torture anti-partigiane. Utile corollario a queste pagine è un recente libro di Alberto Mandreoli (Il fascismo della repubblica sociale a processo. Sentenze e amnistia , Il Pozzo di Giacobbe), che ricostruisce in modo capillare i processi celebrati a Bologna nell’immediato dopoguerra contro i fascisti responsabili di stragi e violenze varie, con sentenze di condanna annacquate dall’amnistia di Togliatti (giugno ’46). È il tema della mancata Norimberga italiana.
Ma Avagliano e Palmieri non dimenticano neppure la resa dei conti scattata dopo il 25 aprile ’45: l’ultimo capitolo del libro è infatti riservato alle vendette partigiane e al «sangue dei vinti». Un esito ahimè prevedibile, giacché una guerra civile non può cessare per decreto da un giorno all’altro, e quella italiana era iniziata con il primo squadrismo. Ma è anche vero che la Resistenza permise a molti antifascisti dell’ultima ora di rifarsi una verginità, facendo dei «repubblichini» (spesso giovanissimi) i capri espiatori di una lunga stagione avviatasi nel ’22, non dopo l’8 settembre ’43. Come se il Tribunale Speciale, il patto con Hitler, le leggi razziali e la pugnalata alla schiena della Francia non fossero episodi altrettanto gravi del revival crepuscolare di Mussolini, dall’autunno ’43 a piazzale Loreto.


Mario Avagliano e Marco Palmieri, L’Italia di Salò. 1943-1945 , il Mulino, Bologna

sabato 1 aprile 2017

COMMENTO SULLA V DOMENICA DI QUARESIMA (D. PIETRO)

Amici, ecco a voi un commento  sulla V Domenica di Quaresima.(Don Pietro)

Nell'incontro con la Samaritana Gesù si presenta come il dono di Dio per il bisogno di vita dell'uomo.
Nell'episodio del cieco nato  appare come la luce del mondo per orientare l'uomo smarrito.
Gesù è dunque il grande dono di Dio. Ma è anche capace di misurarsi con la morte? Può superare la sfida del tempo?
La storia di Lazzaro ci insegna che chi crede  e pone in Gesù la sua esistenza conoscerà la morte, ma "anche se muore vivrà" a motivo della sua fede. La morte disfa e distrugge  la vita fisica dell'uomo, i suoi progetti e desideri, ma non può distruggere la vita che Dio dona agli uomini mediante Gesù.
La vita fisica viene dal mondo ed è sottoposta alle leggi che governano il mondo: nascita, crescita, consunzione, dissoluzione.
La vita eterna invece viene da Dio ed è sottratta a queste leggi, come è sottratto Dio.
Credere allora significa cogliere da Dio attraverso Gesù quest'offerta di vita eterna e affidare a lui per sempre la nostra esistenza. Ecco perché "chi crede non morirà in eterno"

La conferma all'amico di Gesù


Che non si tratti di una illusione dell'uomo, di una proiezione del suo desiderio di immortalità, ci è confermato dall'ultimo grande segno operato da Gesù: la risurrezione di Lazzaro.
Il suo ritorno alla vita, dopo quattro giorni di sepolcro, è la conferma -non l'unica- che è presente e opera in Gesù una forza più potente della morte.
Questa forza si manifesta verso Lazzaro, l'amico che Gesù amava intensamente. Lazzaro è simbolo dell'uomo che Dio ama e perciò gli dona la vita. Lazzaro è simbolo del discepolo cui Gesù si lega non solo con idee, ma con un rapporto personale di amore e di amicizia.

Amore e morte. Gloria di Dio e di Gesù 

1. La risurrezione di Lazzaro è allora segno di potenza: Gesù è più forte della morte. Ma è anche segno d'amore: l’amore di Gesù per l'uomo è più forte della morte
2. "Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il figlio di Dio venga glorificato".
L’amore di Dio doveva scontrarsi con la realtà della morte per vincerla e mostrarsi ad essa superiore.
La risurrezione di Lazzaro manifesta la superiorità dell’amore di Dio sulla morte e in questo Dio viene glorificato. E viene glorificato  Gesù in quanto partecipe della stessa potenza e vittoria.

 Nella Giudea

Per liberare Lazzaro dalla morte, Gesù torna in quella Giudea in cui molti tramavano contro di lui per ucciderlo. Significa che per dare la vita a Lazzaro Gesù ha rischiato la propria vita. Anzi, per donare la vita all'altro, Gesù sacrifica la propria vita.
C'è qui un'allusione forte al senso della salvezza: perché l'uomo non muoia, Gesù accetta di morire lui stesso.
Dunque:
l'amore vince la morte prendendo su di sé la morte.
Dio è più forte della morte, ma questa forza di Dio si manifesta nel momento in cui Gesù si sottomette alla morte per amore.

Risurrezione e morte

Con la venuta di Gesù tra gli uomini  il vivere e il morire sono cambiati in profondità perché in questi eventi naturali è entrato il mondo futuro.
Il mondo non è più quello di prima, da quando Gesù vi ha seminato la forza vitale del mondo di Dio.
Gesù non promette alcun esonero dalla morte e dai mali che l'anticipano. Gesù colpirà la morte, dopo che la morte ci ha colpiti.
La risurrezione rimane futura, dopo la morte. Giovanni la considera già realizzata in quando l'operatore di risurrezione, il Cristo, è per sempre unito a noi, se noi non lo respingiamo.
Noi, ora, non abbiamo già la risurrezione, ma la vita che dovrà produrla, nella forma di un seme che deve germogliare e svilupparsi. Dobbiamo lasciarci contaminare dai fermenti di vita eterna per guarire dalla morte di cui siamo ammalati.

Chi possiede questi fermenti è Gesù, il Cristo, il Vivente. Solo lui può liberarci dalla malattia mortale della morte. Per sempre. Cristo ha lacrime per il nostro dolore. Il Lazzaro dentro di noi che è morto uscirà dal nostro profondo grazie alle sorelle che lo chiederanno al Cristo.

venerdì 24 marzo 2017

Meditazione del Vangelo per la IV Domenica di Quaresima. Don Pietro

ANCHE  DI QUESTA QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA PROPONGO A CHI HA IL DESIDERIO (SANTO!) DI APPROFONDIRE ALMENO UN PO’ LA PAROLA DI GESU’ UNA MIA MEDITAZIONE. BUON…APPETITO A CHI HA FAME…

 Le tappe del cammino di fede

1. La fede è dono, luce che ci investe dall'alto. L’uomo si apre o si chiude a questo dono di luce. L'incontro luce-uomo è sofferto, laborioso e  lungo. Passa attraverso tappe,  esperienze, coinvolge la nostra ragione e la supera a un livello più alto, quello della verità-rivelazione.
2. L'episodio del cieco nato guarito da Gesù è esemplare di questo cammino dalle tenebre alla luce, dalle certezze della ragione alla verità della fede.
Il cieco, guarito dalla malattia fisica, ha bisogno di guarire anche dalle tenebre che avvolgono il suo spirito. E ci arriva solo alla fine di un itinerario di conoscenza e di rivelazione. 

L’itinerario del cieco

1. La prima tappa consiste nella semplice conoscenza esterna di Gesù. "Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: "Và a Siloe e lavati". Continua il cieco: "io sono andato, mi sono lavato, e ora ci vedo".
Il cieco sta dinanzi alla pura materialità dei fatti, ma non sa ancora nulla né del chi, né del come. Non sa capire e spiegare quel fatto così nuovo e sconvolgente che gli è capitato.
È la nostra condizione quando si presenta davanti a noi l'oggettività del Cristo e del suo dono trasformante: un evento tra i tanti.
Si tratta ancora di capire e di decidere che cosa può voler dire per noi personalmente.
Dinanzi all'evento che lo ha coinvolto e sconvolto, il cieco sente nascere in sé delle domande: "Chi è mai costui? E da dove viene la forza ed efficacia della sua parola?".
Un indizio è nel nome della piscina "Siloe" che significa "Inviato".
Che fosse questo il vero nome di Gesù?
Che fosse lui l'inviato del Padre, autorizzato a parlare e ad agire a suo nome? Per questo, forse, le sue parole sono efficaci in quanto trasmettono la forza stessa di Dio?
Gesù, dunque, come inviato di Dio, in rapporto col Padre dal quale viene: è questo il mistero profondo della sua persona.
A questa scoperta il cieco arriva per tappe. Intanto comincia a riconoscere Gesù come un profeta, un uomo che pronuncia parole non sue, ma di Dio. Un buon inizio, non c'è dubbio, ma ancora lontano dalla meta, che resta l'umile e gioiosa professione di fede: "Io credo Signore".
Nella marcia di avvicinamento alla fede lo Spirito che lo guida si avvale anche della contestazione dei giudei, dei farisei.
Questi hanno i loro schemi e le loro teorie, anzi teoremi e tutti gli eventi vanno compresi e spiegati in base ai loro assiomi e postulati. Anche il caso del cieco deve entrare nei loro schemi precostituiti. Secondo questa logica il fatto della guarigione del cieco -un fatto incontestabile- non esiste. Come può operare un miracolo un uomo peccatore come Gesù che non osserva il Sabato?!
Dove può condurre la logica! O Gesù è peccatore e dunque non può operare miracoli o, se opera miracoli, non è dunque peccatore!
Per fortuna il cieco che non è teologo sofisticato, ma un uomo di buon senso, risponde: "Se sia un peccatore non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo".
Poi, con la semplicità dell'uomo della strada aggiunge: "Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta... se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla...".
2. Fin qui il cammino che il cieco ha potuto fare da solo. Il resto deve venire dall'incontro personale con Gesù.
Questi gli chiede: "credi tu nel  figlio dell'uomo?". Credi, cioè, che attraverso colui che ti ha aperto gli occhi passa la potenza stessa di Dio? E sei disposto a lasciare che la tua vita sia illuminata e corretta da lui?
Da notare: il cieco giunge a confessare pienamente la sua fede quando è espulso dalla sinagoga, quando cioè viene a trovarsi in una condizione di solitudine ed emarginazione, condizione che egli accetta come prezzo per proclamare la sua fedeltà a Gesù e per professare la sua fede in lui.
Un prezzo invece troppo alto e che non son disposti a pagare né i conoscenti del cieco, né i suoi genitori. Ai primi piace interessarsi del caso, ne discutono animatamente, ma non sono disposti a sostenere l'impegno della fede quando questa si fa esigente. Ai secondi  -genitori- fa paura il rischio della scomunica, cioè dell'emarginazione sociale e si tirano indietro. Per loro la fede costa troppo: troppo grande sarebbe il sacrificio richiesto in termini di onorabilità e stima sociale.
Lo stesso discorso vale per i capi farisei giudaici. Essi  si considerano i depositari autentici della scienza religiosa e a partire dalle loro certezze giudicano tutto e tutti. Nei loro sistemi non esiste un varco per una rivelazione di Dio.
Da qui il senso delle ultime, durissime parole di Gesù: "Io sono venuto in questo mondo per giudicare (cioè per operare con discernimento), perché coloro che non vedono (quelli cioè che di fronte alla vita sono disorientati e sentono il bisogno di essere illuminati) possano vedere, e coloro che vedono (cioè quelli che ritengono di avere sufficiente luce nella loro intelligenza e nelle loro certezze) diventino ciechi (vengano cioè privati dell'unica luce vera, la rivelazione dell’amore di Dio e della salvezza loro offerta).
Quelli che capiscono che il loro limitato potere  non è la misura di tutta la realtà, quelli che si riconoscono ciechi vengono aiutati a guarire.
Importante è non dire mai: da soli mai riusciamo a vedere tutto chiaro.
La storia del cieco ci dice che l'uomo rischia di perdersi, nonché di cadere nel ridicolo, se si culla nel vecchio mito dell'onnipotenza della ragione.
Per essere guariti dalla cecità, bisogna sentirsi ciechi.
Cristo anche a noi dice: "va' a Siloe...: va' a quella fontana dove  la Croce di Cristo ha redento le colpe di tutti" (Sant'Ambrogio)

lunedì 20 marzo 2017

CONTRO LA MAFIA: DICHIARAZIONE DI FEDE

CONTRO LA MAFIA: DICHIARAZIONE DI FEDE
Crediamo nel Dio
di cui ci ha parlato Gesù di Nazareth
nel Dio che sa sognare nuovi cieli e nuova terra,
che apprezza i semplici
e ascolta i poveri che giudica i superbi
e sostiene i mansueti. Egli solo ci è Padre!
Con Lui vogliamo resistere
ai signori della morte
e crediamo che non esiste solo la scelta
tra ammazzare o essere ammazzati,
ma che è possibile
lottare senza armi
e con Lui resistere all'indifferenza.
Vogliamo resistere alla logica
che sia solo possibile avere paura o fare paura
colpire o essere colpiti.
Con Lui vogliamo credere
che è possibile avere coraggio
e resistere, dare coraggio e persistere.
Crediamo che nell'ebreo Gesù,
umile falegname della Palestina
in cui ha abitato la pienezza di Dio,
che ha portato lo Spirito della verità
e della giustizia, abbiamo trovato la via.
Egli solo ci è Signore!
In Lui ora sappiamo
che dobbiamo lasciare le vie tracciate da altri
la vita soffocata dal desiderio di quieto vivere,
dal tornaconto e dall'ammirazione per i furbi.
Con Lui vogliamo resistere
ai maestri della morte e crediamo
che non esiste solo la scelta o noi o glii altri,
ma che è possibile
resistere al malvagio e sconfiggere la mafìa
non pagare tributi alla prevaricazione
e alla morte, e con Lui osiamo sognare
per vedere un giorno tempi di giustizia
e di pace tempi di fratellanza e di sazietà.
Crediamo nel dono dello Spiritodi Dio
Reale presenza di Dio
Concreta forza della nostra esistenza,
vero sotegno nelle momentanee sconfitte,
coraggio nell’assumere posizioji chiare
contro ogni sopraffazione.
Egli solo ci guida!
Per Lui condanniamo che versa sangue
e si fa giustizia da sé.
Riteniamo colpevole chiunque usi violenza,
chiunque corrompa
e chiunque si lascia corrompere.
Con Lui vogliamo resistere
ai giustizieri della morte
E crediamo che non esiste solo la scelta
“o omerta, oppure  morte”,
ma che è possibile resistere
alla paura dei ricatti e alla sfida delle lupare,
persistendo nella giustizia.
Con Lui vogliamo sognare che i fiori dei nostri campi
e le strade dove giocano i nostri bambini
Non saranno più bagnati né da sangue innocente,
né da sangue colpevole,

perché l’ultima parola sarà della vita