E’ il giorno del
presepe. È oggi che si accende. Papa Bergoglio vorrebbe che la sua tradizione
venisse preservata, lo scrive nella sua ultima lettera apostolica Admirabile
signum: "Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle
nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come
pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli
ospedali, nelle carceri, nelle piazze".
Francesco
d'Assisi ha messo in scena il primo presepe vivente, anche se è chiaro che la
sua intenzione dovesse essere altra, potremmo definirla "mistica della
consistenza" per dare compimento a un sogno, anzi permettere al sogno di
farsi acchiappare fisicamente. Qui da noi quel sogno ancora affascina, tanto
che a più riprese mi sono permesso di affermare che Napoli potrebbe essere a
pieno titolo la città del presepe. "Quanno nascette Ninno a Betlemme era
notte e pareva miezo juorno",così scriveva il prete poeta Mattia Del
Piano, e non Alfonso Maria de' Liquori come per secoli è stato scritto,
raccontando il Natale, componendo insieme al verso la più famosa delle melodie
che celebrano ancora oggi la nascita del bambino a Betlemme. "Quando
nacque il bimbo era notte e pareva mezzogiorno", la scrisse in dialetto
per essere vicino a coloro che meglio dei dotti, per propria condizione di
miseria, avevano nel proprio cuore la forza dell'incanto. Poveri, come quelli
di quella notte che scoprirono il Mistero adagiato in una mangiatoia, e benché
non sapienti, compresero che ne sarebbero diventati i primi testimoni. La
scrisse in dialetto per farsi comprendere, metodo antico e sapiente di
passaggio del Verbo nella lingua dì chi ne è destinatario, per accompagnare il
Vangelo che va passato alla vita reale di chi dovrà farlo suo, uguale per il
presepe che resta comunque passaggio di Parola. "Tu scendi dalle
stelle", che ne riprende le tracce, questa sì di Alfonso, ancora commuove
e diletta, come ebbe a dire Giuseppe Verdi. Racconto che trae spunto dalla
visione di Isaia che annuncia per quella nuova nascita la pace universale,
vinto il conflitto che separa gli uomini, perfino le bestie feroci faranno
pace, il creato intero assapora finalmente la concordia universale. Nello
scorrere del testo incuriosisce un passo:"Correttero i pasturi alla
capanna... Restajeno `ncantate a boccapierte", i pastori accorsi alla
grotta dinanzi all'incanto si paralizzano restando a bocca aperta. Altro non
riescono a fare, troppo è il veduto per non lasciarsi sopraffare, troppa la
gioia che paralizza come luce immensa che acceca. I pastori, i
primi invitati all'incanto, altro non possono fare che sbalordire per l'evento.
Come resta ogni bambino dinanzi a un dono inaspettato e commuove e intenerisce
per la sorpresa stampata in volto. Così resta al centro della scena presepiale
lo stupore, il primo attore. Ne ho già scritto nel Pastore della meraviglia, e
commosso noto ora perfetta sintonia con lo scritto di Papa Francesco,
sorprendente somiglianza. Restajeno `ncantate a boccapierte, a bocca aperta
proprio come il pastore della meraviglia, come l'intera umanità di fronte alla
gioia della nascita divina. Incantati i pastori, paralizzati dall'evento come
racconta il Vangelo apocrifo di Giacomo.
È
Bergoglio non ancora Papa Francesco che parla: «Cí avviciniamo al presepe, dove
albeggia "una grande luce" (Mt 4,16), una luce nascosta nel silenzio
di Nazareth e nella pace notturna di Betlemme; eppure presto si manifesterà a
tutte le genti (Is 60,1-3; Mt 2,2-9) e ai discepoli (Mt 17,12; Lc 2,32). È la
luce del mondo (Gv 8,12; 9,5; 12,46), la luce in cui dobbiamo camminare per
esserne figli (Gv 12,36›. Lontano dai linguaggi dotti della teologia ufficiale,
il presepe ancora oggi comunica la gioia della salvezza all'uomo qualunque che,
in maniera distratta, continua a festeggiare il Natale. Mito, simbolo e
tradizione fanno del presepe un intreccio di storie che consentono di custodire
la tradizione di un popolo, esprimendo la mai risolta assimilazione di un culto
nuovo alla civiltà preesistente. Il presepe è dunque lo sposarsi del Verbo che
si fa carne con ì miti, le favole, i racconti e le suggestioni di un popolo che
continua a conservare il suo passato, benché anni di cristianesimo. Leggenda,
storia, fantasia, verità, mito, cronaca tutto si fonde e confonde in questo
avvenimento: Cristo si è fatto carne nostra! E così presepe diventa un racconto
da passare, un Vangelo senza libro da raccontare.
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