La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

martedì 17 dicembre 2019

Il presepe: mito, simbolo e tradizioni. G. Matino


E’ il giorno del presepe. È oggi che si accende. Papa Bergoglio vorrebbe che la sua tradizione venisse preservata, lo scrive nella sua ultima lettera apostolica Admirabile signum: "Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze".
Francesco d'Assisi ha messo in scena il primo presepe vivente, anche se è chiaro che la sua intenzione dovesse essere altra, potremmo definirla "mistica della consistenza" per dare compimento a un sogno, anzi permettere al sogno di farsi acchiappare fisicamente. Qui da noi quel sogno ancora affascina, tanto che a più riprese mi sono permesso di affermare che Napoli potrebbe essere a pieno titolo la città del presepe. "Quanno nascette Ninno a Betlemme era notte e pareva miezo juorno",così scriveva il prete poeta Mattia Del Piano, e non Alfonso Maria de' Liquori come per secoli è stato scritto, raccontando il Natale, componendo insieme al verso la più famosa delle melodie che celebrano ancora oggi la nascita del bambino a Betlemme. "Quando nacque il bimbo era notte e pareva mezzogiorno", la scrisse in dialetto per essere vicino a coloro che meglio dei dotti, per propria condizione di miseria, avevano nel proprio cuore la forza dell'incanto. Poveri, come quelli di quella notte che scoprirono il Mistero adagiato in una mangiatoia, e benché non sapienti, compresero che ne sarebbero diventati i primi testimoni. La scrisse in dialetto per farsi comprendere, metodo antico e sapiente di passaggio del Verbo nella lingua dì chi ne è destinatario, per accompagnare il Vangelo che va passato alla vita reale di chi dovrà farlo suo, uguale per il presepe che resta comunque passaggio di Parola. "Tu scendi dalle stelle", che ne riprende le tracce, questa sì di Alfonso, ancora commuove e diletta, come ebbe a dire Giuseppe Verdi. Racconto che trae spunto dalla visione di Isaia che annuncia per quella nuova nascita la pace universale, vinto il conflitto che separa gli uomini, perfino le bestie feroci faranno pace, il creato intero assapora finalmente la concordia universale. Nello scorrere del testo incuriosisce un passo:"Correttero i pasturi alla capanna... Restajeno `ncantate a boccapierte", i pastori accorsi alla grotta dinanzi all'incanto si paralizzano restando a bocca aperta. Altro non riescono a fare, troppo è il veduto per non lasciarsi sopraffare, troppa la gioia che paralizza come luce immensa che acceca. I pastori, i primi invitati all'incanto, altro non possono fare che sbalordire per l'evento. Come resta ogni bambino dinanzi a un dono inaspettato e commuove e intenerisce per la sorpresa stampata in volto. Così resta al centro della scena presepiale lo stupore, il primo attore. Ne ho già scritto nel Pastore della meraviglia, e commosso noto ora perfetta sintonia con lo scritto di Papa Francesco, sorprendente somiglianza. Restajeno `ncantate a boccapierte, a bocca aperta proprio come il pastore della meraviglia, come l'intera umanità di fronte alla gioia della nascita divina. Incantati i pastori, paralizzati dall'evento come racconta il Vangelo apocrifo di Giacomo.
È Bergoglio non ancora Papa Francesco che parla: «Cí avviciniamo al presepe, dove albeggia "una grande luce" (Mt 4,16), una luce nascosta nel silenzio di Nazareth e nella pace notturna di Betlemme; eppure presto si manifesterà a tutte le genti (Is 60,1-3; Mt 2,2-9) e ai discepoli (Mt 17,12; Lc 2,32). È la luce del mondo (Gv 8,12; 9,5; 12,46), la luce in cui dobbiamo camminare per esserne figli (Gv 12,36›. Lontano dai linguaggi dotti della teologia ufficiale, il presepe ancora oggi comunica la gioia della salvezza all'uomo qualunque che, in maniera distratta, continua a festeggiare il Natale. Mito, simbolo e tradizione fanno del presepe un intreccio di storie che consentono di custodire la tradizione di un popolo, esprimendo la mai risolta assimilazione di un culto nuovo alla civiltà preesistente. Il presepe è dunque lo sposarsi del Verbo che si fa carne con ì miti, le favole, i racconti e le suggestioni di un popolo che continua a conservare il suo passato, benché anni di cristianesimo. Leggenda, storia, fantasia, verità, mito, cronaca tutto si fonde e confonde in questo avvenimento: Cristo si è fatto carne nostra! E così presepe diventa un racconto da passare, un Vangelo senza libro da raccontare.

Nessun commento:

Posta un commento