Con queste parole Gesù assegna al pane che spezza con i suoi amici una funzione che non è più quella di semplice nutrimento fisico, ma quella di rendere presente la sua persona in mezzo alla comunità dei credenti. Il gesto che Gesù compie nell’ultima Cena è anticipazione dell’evento salvifico che si compirà da lì a poco sulla Croce. La Cena di Gesù è, cioè, proiettata sul futuro, sulla nuova Pasqua, a differenza di quella ebraica che è volta al passato. Le parole di Gesù potrebbero parafrasarsi così: questo pane spezzato rappresenta la mia vita donata, offerta in sacrificio. Sono io che mi dono nel segno del pane e del vino.
SPIEGAZIONE
La Cena, dunque, contiene nei gesti di Gesù la spiegazione del significato della sua esistenza: una vita, cioè, messa a disposizione del Padre e espropriata liberamente a vantaggio di tutti gli uomini.
2. La meta cui Dio tende fin dalla creazione e che in Cristo finalmente raggiunge è stabilire un rapporto di intimità con la sua creatura, l’uomo, fare comunione con lui. Ebbene, tutto questo si realizza pienamente nella Cena eucaristica: Dio fa comunione con noi e ci invita a fare comunione tra noi. Perciò si parla di pane condiviso, di vino bevuto insieme.
COMUNIONE TRA NOI
Quando noi prendiamo e mangiamo il pane eucaristico, non solo entriamo in una comunione profonda con Gesù, ma ci impegniamo anche a realizzare la comunione tra di noi, cioè a trasformare la nostra vita da possesso in “dono”.
3. Quando Gesù benedice il calice fa un chiaro riferimento al rito compiuto sul Sinai (Mosè che prende metà del sangue e con esso asperge l’altare, mentre con quello rimasto viene spruzzato il popolo); ma annuncia anche che con la sua morte in croce si inaugura, grazie al sangue versato per “molti”, cioè per una moltitudine, una nuova alleanza e quindi nasce una nuova comunità. Gesù, cioè, proclama che l’evento antico giunge alla sua pienezza, al suo compimento. Noi diventiamo, nel sangue di Cristo, il popolo dell’alleanza. Un’alleanza che, ancora una volta, nasce dalla libera e gratuita iniziativa divina. Noi, anche se ci impegniamo a rispettare i patti, non siamo contraenti a pieno titolo ma beneficiari. L’alleanza non si colloca sul piano dello scambio, ma su quello del dono, del ricevere. È un patto stretto nel sangue del Figlio sparso, cioè dell’amore fedele fino alla morte.
4. La celebrazione del Corpo e Sangue del Signore deve aiutarci a cogliere la distanza colpevole esistente tra i significati dell’Eucarestia e la nostra vita cristiana.
RESO INNOCUO
Innanzitutto dobbiamo chiedere perdono non solo del cattivo uso che facciamo del dono ricevuto dal Signore, ma anche per averlo reso troppo spesso innocuo, irrilevante a livello esistenziale. Troppe Eucaristie cui partecipiamo lasciano le cose come prima: dentro e fuori di noi. Se c’è una profanazione del Sacramento, c’è anche, altrettanto grave, una sua non utilizzazione. Un’eucarestia ridotta a semplice rito, a pratica, che non cambia nulla, non trasforma la realtà, anzi legittima lo stato di cose esistenti (uno che ha fame, e l’altro è ubriaco, 1 Cor. 11, 21) è un’Eucarestia dissacrata, depotenziata. Altre volte cerchiamo disinvoltamente di conciliare la partecipazione al banchetto eucaristico con le divisioni e le beghe astiose tra noi, l’ortodossia delle formule con l’eresia dei comportamenti, la difesa della verità con l’offesa alle persone. succede anche che nell’Eucarestia inneggiamo alla “vittima pasquale”, epoi nella vita ci schieriamo, magari solo con un silenzio complice, dalla parte dei torturatori e ci mettiamo in compagnia dei carnefici. Non vogliamo, cioè, capire che la Pasqua del Signore cui prendiamo parte ci impegna come Cristo a far dono della nostra vita, non a minacciare o spegnere quella degli altri. Soprattutto dobbiamo confessare una nostra colpa fondamentale: come il popolo dell’Esodo ci affrettiamo a dichiarare solennemente “Tutti i comandi ci ha dato il Signore, noi li eseguiremo” e poi dimentichiamo regolarmente che il comandamento unico è quello dell’amore e che le parole da fare sono quelle della pace, della giustizia, della fraternità, del rispetto, della tolleranza. Quando noi partecipiamo alla Cena conviviale del Signore, siamo associati al suo destino, coinvolti nella sua morte. “comunicarsi” in questa prospettiva significa essere condannati, messi a morte con Cristo. Quando si riceve l’Eucarestia dovrebbe diventare impossibile la fuga. Partecipare al banchetto eucaristico rappresenta un preciso dovere a essere presenti ovunque l’Uomo soffre. Non possiamo comunicarci ed essere poi assenti, disertori degli impegni terrestri. Il Maestro non resta sempre seduto a tavola: esce fuori, affronta il buio. Dobbiamo seguirlo, altrimenti comunichiamo con una assenza. L’Eucarestia non è solo stare con Lui al calduccio, ma lasciarsi portare con Lui, nel vento gelido della notte, delle contraddizioni, della lotta. Non è tenere, ma darsi. C’è qualcosa di peggio che non credere alla presenza reale. Ed è credere ad una presenza reale “rassicurante” che non ci porti a “perdere” la nostra vita, a comprometterci per Dio e per i fratelli.
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