La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

venerdì 8 giugno 2018

Per non restare indifferenti alla morte di un essere indifeso: Soumayla Sacko

Fra tutte le drammatiche voci che si sono levate nella piana di Gioia Tauro dopo la morte di Soumàyla Sacko, una più di tutte mi ha colpito. Diceva: «Ci trattano come animali». Qualche sinonimo? Dice il dizionario: bestie, belve. E il contrario? Esseri umani. Tutto torna: noi uomini siamo contrapposti a loro, per statuto naturale, siamo drasticamente diversi. Animali loro, uomini noi. Ebbene, è di questa parola che dovremo allora occuparci, non fosse altro per capire i termini elementari della questione. Che cosa diamine significa essere animali? L'animale è quella creatura che, pur vivendo, è sprovvista costituzionalmente di anima, per cui si differenzia da te che stai leggendo, definito invece come entità spirituale, dotata cioè di un principio trascendente e mistico, tale da elevarti dalla caducità del corpo. In sintesi: l'animale muore davvero e totalmente, mentre tu no, tu in o qualche modo sopravvivi sempre. Insomma, in linea teorica, l'animale Soumayla Sacko sarebbe del tutto morto con il proprio cadavere, laddove invece la componente eterea di Pol Pot o del dottor Mengele aleggerebbe da qualche parte più o meno sprovvista di ali. Sembra una disquisizione dottrinaria, ma è il principio basilare su cui si fonda lo schiavismo. Dubbi? Pensate a quello che accadde quasi cinque secoli fa in una località della Spagna di nome Valladolid, dove fu convocato dall'imperatore Carlo V un congresso di eminenze grigie, proprio per risolvere un dilemma: gli indigeni schiavizzati nelle Americhe avevano o non avevano l’anima?
Altro che  disputa teologica: il punto sostanziale era che un essere dotato di anima apparteneva alla famiglia di Dio, e manco per nulla si poteva frustarlo, marchiarlo, sfruttarlo, affamarlo né tantomeno ucciderlo senza ricadere nel quinto comandamento. Animali o uomini? Sarà che per legittimare la sottomissione era necessario un alibi di ferro, che stesse al di là delle opinioni e riguardasse  la  natura stessa del padrone e del servo, ponendo fra i due una differenza sostanziale e invalicabile, contro la quale - non per caso - l'unica reazione possibile furono i bagni di sangue come quello capeggiato da Nat Turner nella Virginia del 1831. Ovviamente, all'indomani del massacro, gli schiavi insorti furono accusati di violenze bestiali, ma verrebbe da chiedere dove stesse la sorpresa, dal momento che per secoli si era goduto dell'equazione fra schiavo e bestia. Già, perché sapete come era andata a finire la disputa a Valladolid? Con un niente di fatto: verdetto sospeso, meglio lasciar perdere per evitare il tracollo economico delle colonie. Si preferì la nebbia, dentro cui tutto si confonde. E allora cerchiamo una buona volta di diradarla questa coltre di opportunismo vigliacco, cominciamo emettendo noi - forte e chiaro - il verdetto che a Valladolid non si ebbe il coraggio di pronunciare, e che da cinquecento anni sprofonda nell'omertà milioni di morti. Basta con le perifrasi, basta con i distinguo: a Gioia Tauro i Soumayla Sacko possiedono un'anima, sono esseri umani perfettamente identici a chi ne predica la bestialità per tradurla in banconota o per incassare fola dei nipotini social del Ku Klux Klan. Sarà bene che chiunque si ritenga democratico o liberale faccia risuonare queste parole n ogni sede, ivi compresi i bar, le edicole e le fermate del bus dove più spesso si annida il germe patogeno che stermina poi le masse. Il silenzio non possiamo più permettercelo: non è un'astensione, ma il tacito avvallo a una sentenza di morte.
Articolo di Stefano Massini

Nessun commento:

Posta un commento