1. Solo Marco riporta questa parabola che è semplice solo all'apparenza. Con essa l'evangelista vuol farci capire qualcosa del mistero del regno di Dio.
Secondo alcuni si sottolinea il processo di crescita. Secondo altri si parla della mietitura.
Ma il protagonista è il seme e sopratutto la sua forza vitale, la sua intrinseca potenzialità.
Questo seme è una realtà minuscola e debole, eppure diventa la cosa più forte. Dunque in questa parabola l'interesse non è per il contadino, la cui opera è certamente necessaria; né ci si occupa dei vari tipi di terreno che,certo, condizionano il risultato finale della semina.
L’ attenzione è rivolta alla forza insita nel seme, una forza indipendente dall'azione dell'uomo e dal suo sapere. “come egli stesso, non lo sa ". Questa non è la parabola della pazienza del contadino, della speranza come sedativo contro l'insonnia e gli affanni. Insomma quì non si parla dell'uomo né si esalta la calma e la fiducia. Si parla del seme con un preciso invito a scoprirne l'azione e la potenza.
Il seme è la parola di Dio. La parabola vuol dirci che questa parola è viva, è efficace e, indipendentemente dall'uomo, possiede una forza interna, irresistibile. La parola di Dio proclamata fa sempre succedere qualcosa.
Anzi è essa stessa avvenimento, fatto.
Quando accade la parola -è questo il fatto decisivo- il regno di Dio si fa presente, avviene. E questo per la potenza di Dio, non per l'azione dell'uomo. Questo regno, come il seme, cresce e lavora anche se pare non succeda niente e tutto sembra rimanere come prima. Allora il messaggio centrale della parabola può riassumersi così:
il seme possiede da sé, dentro di sé, una potenza vitale che prescinde dalla pur necessaria attività del contadino e dalla condizione del terreno.
2. Il credente, come il contadino, questo lo sa. Anche se non sa come il tutto accade. Il credente, cioè, sa del regno, conosce la sua presenza, avverte la sua azione, ma ignora come il regno di Dio si va lentamente facendo, matura dentro le zolle della terra.
Stupore i rispetto ci vogliono dinanzi a questo accadimento. Occorre mettersi in ginocchio, non essere indaffarati, curvi a controllare o, peggio, a manipolare.
3. La parabola non è molto amata e usata dai predicatori, proprio perché non presenta spunti pratici, non contiene inviti all’azione e all'impegno. E si sa che certa gente se non assegna agli altri dei compiti si stende disoccupata. Se non dice agli altri cosa devono fare e cosa non devono fare, si sente inutile. Questa parabola non dice cosa dobbiamo fare o non fare: dice solo cosa sta facendo il seme.
Il contadino, dopo aver fatto tutto quello che era necessario, adesso deve lasciar fare al seme ed è l'azione più difficile da compiere.
4. Ne segue che il cristiano non è colui che costruisce il regno, lo programma, o ne dirige i lavori. E solo uno che offre delle possibilità al regno di accadere. E non c'è dubbio che la possibilità più apprezzata da Dio è quella di non intralciare l'opera del seme.
La preoccupazione principale dei credenti non dovrebbe riguardare la propria azione, ma dovrebbe essere quella di consentire al seme di sviluppare le sue infinite potenzialità, nel rispetto delle sue modalità e dei suoi tempi di crescita. Senza forzature o interventi inopportuni.
5. Del seme potente si sottolinea la piccolezza, contro ogni tentazione di grandiosità, di numero, di efficienza. Come pure si sottolinea la forza autonoma contro la tendenza a procurargli garanzie, alleanze, privilegi.
Allora per il Signore i valori autentici, contro ogni logica umana, sono quelli della piccolezza, dell'oscurità, della debolezza, della povertà, della mancanza di appoggi umani.
Dio sceglie le realtà più umili per realizzare i suoi grandi disegni. Egli non ha bisogno dell'albero alto e vuole invece innalzare l'albero basso. È il gioco preferito di Dio
6. “Come egli stesso non lo sa”.
Il contadino non ci capisce niente. È il grande sorriso di Dio sulla Chiesa. Dovrebbe essere anche il nostro. Anche noi non ci capiamo niente. Una semente doveva germogliare e non è germogliata e viceversa;in un cattivo terreno un seme gettato male produce ottimi frutti e viceversa. La semente ha una sua storia indipendente da noi. Può germinare laddove niente dovrebbe crescere. La ragione della debolezza e della potenza del seme è l'amore infinito Dio. Se per amore Dio diventa debole, questo amore è anche ciò che c'è di più forte. L'amore può cambiare il deserto in un giardino. L'amore rende possibile l'impossibile. La scienza si occupa solo del possibile. Ma deve fermarsi dinanzi all'amore di Dio. Di esso non capiremo mai niente, né mai sapremo come agisce
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