1. LA LEGGE E L’ALLEANZA
Prima della recita dello Shemà della sera, l’ebreo pronuncia due benedizioni. Questa è la seconda: “Di un amore eterno la casa di Israele tuo popolo hai amato: Torà e precetti, statuti e decreti ci hai insegnato. Perciò, o Signore Dio nostro, quando ci corichiamo e quando ci alziamo ispira il nostro cuore a parlare degli statuti della tua volontà, sicché gioiremo ed esulteremo nelle parole dello studio della tua Torà e nei tuoi precetti e nei tuoi statuti per sempre. Poiché essi sono la nostra vita e la lunghezza dei nostri giorni. E in essi mediteremo giorno e notte. E tu, non allontanare da noi il tuo amore per tutti i secoli dei secoli. Benedetto tu, o Signore, che ami il tuo popolo Israele”.
La legge per Israele è un dono d’amore da parte di Colui che ha scelto di amarlo. La legge, come l’Alleanza, è cioè espressione dell’amore di Dio, il suo documento. Per Israele la legge di Dio và prima messa in pratica e poi studiata come impone Es. 24, 7: “Tutto ciò che è Parola di Dio, lo eseguiremo e poi lo ascolteremo”. L’osservanza della legge è la risposta all’iniziativa divina, è il vero “culto della vita”. Più che un insieme di precetti la cui osservanza crea meriti dinanzi a Dio, la Legge è il contenitore della gloria di Dio, la manifestazione della sua volontà, una volontà buona ma misteriosa. Nella legge c’è una presenza e un mistero: la presenza di Dio che vuole, il mistero del perché vuole.
La risposta dell’uomo a questa presenza e mistero è il mettere in pratica la legge. La rilevanza dei precetti è tutta nel loro provenire da Dio. Il fariseo della parabola di Luca, colui che si vanta delle proprie opere, non è il vero ebreo, ma un cattivo ebreo. La via dell’ebraismo non è basata sulle virtù morali, ma tutta e sola nell’obbedienza alla legge. L’agire umano, in questa via spirituale, non nasce da iniziativa umana, ma da Dio e se questo agire è ispirato alla Legge l’uomo si santifica e prepara il Regno. Importante allora è l’intenzione di dirigere le proprie azioni verso Dio, orientarle verso Colui che solo conferisce loro valore. Questa intenzione deve riempire la preghiera ed ogni altro adempimento perché non vi è differenza tra precetti di culto e precetti di vita. In ogni gesto della vita è sempre Dio a far sentire la sua voce e a dire: “Ricordati di me!”, soprattutto della Pasqua e dell’esodo.
Per Israele il vero principio non è la creazione, ma la Pasqua, e il Dio di Israele non si manifesta come creatore del mondo ma come Colui che “vi ha fatto uscire dal paese d’Egitto per essere il vostro Dio” (Lv 11, 45). Dunque ogni precetto della Legge è un ricordo della Pasqua sia che riguardi la preghiera e il culto, sia le osservanze più umili come il lavarsi le mani, accendere il lume e lo spezzare il pane.
2. CRISTO CROCEFISSO, SCANDALO PER I GIUDEI, STOLTEZZA (FOLLIA) PER I GRECI.
Noi siamo figli di una cultura secondo cui il mondo veleggia verso magnifiche sorti e progressive, verso un domani che conta e l’uomo è incamminato verso il suo trionfo storico.
Ebbene Paolo a questo mondo e ai suoi valori contrappone la Croce di Cristo, come follia per i saggi, gli intelligenti e i dotti di questo mondo, ma potenza di Dio per quelli che credono. La croce è, dunque, contestazione cristiana alla civiltà mondana, alla sufficienza e alla banalità della società moderna. La croce, cioè, rompe questa fiducia assoluta dell’uomo nel progresso continuo e lineare attraverso lo strumento della razionalità. La croce, anzi, rompe tutte le saggezze mondane, filosofiche, teologiche, ideologiche. La croce di Cristo è giudizio sull’uomo e sul mondo, è scoprimento della miseria dell’uomo, della sua impotenza a realizzare il proprio destino in termini di umanesimo puro. Conseguentemente la croce è squalifica di tutte le forme di potenza: potenza politica perché tende a piegare gli uni sotto la volontà degli altri; potenza economica in quanto forma civilizzata di schiavitù; potenza religiosa e culturale perché ancora dominazione per mezzo del sacro e della cultura; perfino potenza divina, perché Gesù, massimamente con la Croce, ha abolito la distanza esistente tra Dio e l’uomo.
3. LA PURIFICAZIONE DEL TEMPIO
Nel 70 d. C. il Tempio di Gerusalemme andò in cenere per il fuoco appiccato da un soldato romano. È difficile per noi renderci conto di quel che poteva significare per un ebreo pio la distruzione del Tempio: senza i sacrifici veniva meno nel mondo la possibilità del perdono dei peccati. “Guai a noi – esclamò un ebreo del tempo – che è stato distrutto questo luogo dove si faceva espiazione per i peccati di Israele!” “No, figlio mio, - rispose il sapiente Jokanan – noi abbiamo un mezzo per fare espiazione pari ai sacrifici: le opere di misericordia, come dice Osea (6,6): Misericordia io voglio e non sacrifici”.
Le opere di misericordia è quanto è essenziale salvare dentro e fuori del Tempio. Alcuni, oggi, vedono un inizio almeno di fuoco che sta intaccando anche il grandioso Tempio della cristianità. Se questo fuoco della secolarizzazione dovesse distruggere totalmente il Tempio, l’evento non dovrebbe farci precipitare nella disperazione. In docilità alla volontà di Dio dovremmo uscire dalle rovine del tempio della cristianità, metterci dietro alla Parola di Dio, come i magi dietro la stella e seguirla la dove andrà a posarsi. Ogni cristiano è chiamato ad uscire dal vecchio tempio e seguire la stella.
Solo così alla fine tutta la Chiesa di Dio si troverà salva in questo mondo profano ma così caro a Dio. La presenza di Dio ora è soprattutto nella carne di Cristo e il suo corpo è il nuovo tempio. Per bocca del profeta Natan Dio aveva già manifestato a Davide il suo scarso interesse per un tempio materiale che quegli voleva erigergli. Le preferenze di Dio vanno più al tempio cosmico con l’uomo a fungere da sacerdote che offre sacrifici di lode e adorazione e al tempio dell’umanità con la quale Egli ha deciso di camminare realizzando con Cristo e con lo Spirito il massimo di presenza.
Oggi il tempio viene purificato se ridiventa il luogo dell’incontro con il mistero della presenza di Dio, un incontro che, come è gradito da parte di Dio, così deve esserlo dal versante umano. Chiedere perdono, ringraziare, lodare e accogliere il dono di Dio dovrebbero essere le uniche motivazioni che animano il nostro venire nella casa di Dio. “Alcuni – scrive M. Eckart (1260) – seguono Dio come il nibbio segue la donna che porta trippa e salsiccia, come i lupi seguono la carogna, come la mosca segue la pentola”. E più avanti: “Certa gente considera Dio con gli stessi occhi con cui considera una vacca. Ama Dio come ama una vacca. Tu ami la vacca per il latte e per il formaggio e per il tuo utile. Così fanno quelli che amano Dio per la ricchezza esteriore e per la consolazione interiore”. Il nostro impegno in questo tempo di Quaresima – e sempre – è di servire Dio, non servirci di Lui tentando con riti ridotti a magia di possederlo e piegarlo alla nostra volontà che spesso degenera in delirio di onnipotenza.
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