La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

mercoledì 15 agosto 2018

SOLENNITA’ DELL’ ASSUNZIONE DI MARIA AL CIELO



1. Non abbiamo, oggi, il resoconto di un evento. Abbiamo solo l’annuncio della condizione finale, il destino, meglio la destinazione, di Maria di Nazaret.

La creatura Maria non è solo polvere che torna alla polvere, ma è chiamata ed orientata alla beatitudine piena in Dio.

2. L’Assunzione di Maria al cielo è l’anticipazione del destino di tutti.
Tutti saremo raggiunti dalla risurrezione del Signore.
Ogni storia e tutta la storia sarà condotta a Dio

3. Eloquenti e ricchi di immagini sono i simboli di Ap 12, 1-6.10

• Il sole che riveste la donna: indica la posizione di privilegio presso Dio di Maria.
• Le 12 stelle che  incoronano: alludono alla posizione di Maria in seno al popolo di Dio.
• La luna sotto i piedi: Maria libera dal tempo ciclico, anzi ne è padrona.
• La donna incinta, con le doglie: forte rinvio alla gloria attraverso angoscia e sofferenza.


venerdì 10 agosto 2018

LA MIA LETTURA SUL VANGELO DELLA DOM. XIX T.O. Don Pietro

SCORAGGIAMENTO E SPERANZA
1. Obiezione dei Giudei a Gesù: come può il figlio di Giuseppe, il falegname, dire: “Sono disceso dal cielo?”
Oggi l’obiezione, tradotta in forma moderna, suonerebbe: come può un uomo vissuto 20 secoli fa presentarsi a noi come “parola di vita eterna” ? Tra il suo mondo e il nostro c’è un abisso di eventi, trasformazioni, realtà totalmente diverse, per cui sembra impossibile guardare a Lui come a Colui che è disceso dal Cielo, al “senso” della nostra vita.

2. Una seconda difficoltà nasce da un’altra parola di Gesù nel brano odierno: “nessuno ha visto il Padre” .
C’è in questa parola, non unica nel vangelo, una chiara e forte dissuasione verso chi presume di parlare di Dio, di indicarlo come meta della vita dell’uomo, come punto di aggregazione della vita sociale. Si ridurrebbe il Dio di Gesù Cristo a un Dio nominale, conosciuto. In realtà noi non conosciamo Dio. Egli non è un oggetto della nostra mente. L’unico luogo di conoscenza di Dio è la parola di Gesù, parola di uno che ha conosciuto il Padre, che era presso il Padre. Allora: non è la nostra ragione la via per conoscere Dio, né l’intimismo psicologico, ma unicamente Gesù.
Noi crediamo perché crediamo che la parola di Gesù è Parola di Dio. Il velo che ci separa da Dio si è spezzato solo in un punto: l’esistenza e la parola di Gesù. Gesù è l’unico pane che ci vien dato nel nostro viaggio della vita.

3. IL VIAGGIO DI ELIA.
Elia vive un momento di estremo scoraggiamento, al punto di desiderare la morte: “riprenditi la mia vita, o Dio”.
Quella dello scoraggiamento è oggi tentazione particolarmente diffusa e acuta. Si configura come sentimento dell’inutilità del camminare, dell’inesistenza di una meta degna e capace di giustificare gli sforzi. Quello dello scoraggiamento è un sentimento nobile, è tipico delle anime sensibili. I superficiali e gli egoisti non lo conoscono: essi si prefiggono mete semplici, facili e, garantiti dal conto in banca, da una rete di affetti e di amicizie, veleggiano tranquilli verso il futuro. Per essere tranquilli essi innalzano una barriera protettiva tra la loro esistenza e molte realtà circostanti: la fragilità della vita; la rapidità con cui questa si consuma; le minacce di un futuro sempre più incerto; i rischi di un infelicità collettiva. Riflettere su queste cose è un obbligo morale. Uno ha tanta dignità morale, quanta è la sua apertura e sensibilità verso questi problemi, che producono scoraggiamento. C’è quasi una proporzione diretta tra scoraggiamento, infelicità e serietà morale. Più uno è moralmente serio e più è infelice perché si accorge che ciò che è moralmente degno della vita è instabile, precario e del tutto incerto. Soprattutto quando esso, per una stagione, era apparso possibile, raggiungibile, a portata di mano. Quando cioè alla primavera segue non l’estate, ma l’inverno. Quando questo accade, le ragioni del camminare, del lottare, si dissolvono e nasce lo scoraggiamento. Allora c’è chi si rifugia nell’orticello del proprio privato coltivando piccole soddisfazioni e grandi frustrazioni. Questo innalzamento di un muro tra se e il mondo è una forma grave di dimissione morale. Ma c’è anche chi avvertendo l’impossibilità di dare un senso alla propria vita in un mondo siffatto, cade nello scoraggiamento. Compito di noi credenti non è quello di diffondere serenità artificiali, speranze a buon mercato, bensì quello di prendere sul serio questi scoraggiamenti, attraversare insieme il tunnel buio delle situazioni, e cercare ragioni di vera speranza. È quanto dice la lettera di Pietro quando afferma: “sappiate rendere ragione della speranza che è in voi”.
Rendere ragione della speranza non è semplice. La vicenda di Elia può aiutarci. A questo profeta che sente di non farcela più, che avverte come al di sopra delle sue forze la missione affidatagli da Dio e che, perciò, protesta, il Signore dà una focaccia di pane e un orcio di acqua, due cibi elementari e semplici, segno esplicito della povertà elementare con cui Dio ci viene incontro. Dio, notate, non offre ad Elia un cavallo focoso e forte, non gli dà uno strumento di sicurezza, ma soltanto il cibo per camminare un giorno. Questo perché nel disegno di Dio la forza per camminare, andare avanti non viene all’uomo dai mezzi potenti, dagli strumenti umani, ma dall’amore.
L’amore vuole mezzi poveri perché esso nient’altro possiede che capacità inventive e fantasia creatrice. La sovrabbondanza dei mezzi ha spento la fantasia, ha reso inerte la creatività. Insomma la logica dei mezzi spegne e uccide la logica dell’amore. L’amore è forte di se stesso e capace di inventare. La logica evangelica di preferenza dei mezzi poveri nasce proprio dalla premura di salvare la preminenza dell’amore creativo. Se vengono meno i mezzi o si rivelano inadeguati al fine, l’amore vive di sé, trova in se stesso la possibilità di andare avanti.

4. Collegamento col vangelo.
Il mezzo povero che io ho come credente per vincere lo scoraggiamento e dare speranza anche agli altri è la parola di Gesù di Nazaret. Non abbiamo altre certezze e sicurezze umane: né teologiche, né istituzionali. Si sono tutte dissolte. Non ci resta che quest’orcio d’acqua e questa focaccia scaldata, questo cibo elementare: la parola del vangelo, la parola di vita eterna, una parola capace di illuminare le ragioni del nostro vivere. Anzi questa parola illumina anche le ragioni del nostro scoraggiamento, capovolgendo la disperazione che ci prende sul piano umano in motivo di soddisfazione. La perdita di alcune certezze che ci dà tristezza, si capovolge in grande gioia. Quando sono costretto a dire: non ce la faccio più, proprio allora mi nasce dentro una gran voglia di camminare e di essere accanto a quelli che non hanno più ragioni di speranza. Quando non ho più parole umane per consolare, allora posso contare sulla forza invincibile della parola di Dio. Dunque questo impoverimento di mezzi umani, è, nel viaggio, grazia di Dio, per la vita eterna.
Vita eterna nel linguaggio biblico, è vita in pienezza, non solo vita oltre la morte, ma già ora e qui. È vita diversa, segnata da una pienezza, segnata da Dio, non da noi o dalle cose. Questo mondo passa e viene da Dio un mondo diverso, verso cui andiamo. Chi non ha il dono di questa fede, è normale che si scoraggi fino al rifiuto della vita, non riuscendo a consolarsi con favole. Chi accoglie la grazia della fede sa, invece, che il suo viaggio è dentro l’amore di Colui che lo attende e interviene nei momenti di stanchezza e di scoraggiamento, per donargli la forza di spendere la propria vita per la salvezza del mondo. Allora nasce una somiglianza tra la vita di Gesù offerta fino alla croce e la nostra vita che diventa come la sua: dono offerto. Così svanisce la disperazione: quando la vita è donata in un’ offerta di amore.

martedì 7 agosto 2018

Per scuoterci dalla rassegnazione, indifferenza ed egoismo

La tragedia dei braccianti

LA DIGNITÀ
SOLO DA MORTI

I sedici esseri umani che hanno perso la vita in questi ultimi giorni sulle assolate rotte della via del pomodoro sono caduti in una terra dove, a quanto pare, l'intolleranza verso lo straniero è minima: effetto, secondo alcuni, del tradizionale senso di accoglienza e di apertura delle genti di Puglia. Ma, secondo altri, c'entra anche la convenienza: perché, specialmente nella stagione del raccolto, queste tante braccia aggiuntive fanno comodo. E dunque praticare lo sport nazionale dell'aggressività contro lo straniero sarebbe, oltre che inutile, dannoso.
Forse c'è del vero. La gente di Puglia è aperta e generosa, lo è sempre stata. E lo slancio, da queste parti, ha sempre prevalso sul calcolo. Ma la Puglia è, nello stesso tempo, la terra del caporalato, delle epiche lotte di Giuseppe Di Vittorio, dei canti amari e profondi di Matteo Salvatore, delle indiscutibili inchieste di Alessandro Leogrande. Si potrebbe però dire: questi poveracci non sono mica vittime di un agguato razzista o di uno scontro fra clan. Sono morti in incidenti stradali. Come centinaia di persone ogni anno. Fatalità, al massimo.
Allora perché scomodare il razzismo, il caporalato, i massimi sistemi? In realtà, il trasporto dei lavoratori per e dai campi è proprio uno dei core business del caporalato. Una buona parte della certo non lauta paga del bracciante se ne va proprio in trasporto.
È ancora presto per pronunciarsi sulla dinamica degli incidenti, ma le norme della legge Martina sulla lotta al caporalato che prevedono le convenzioni per il trasporto - norme pensate proprio per sottrarne il monopolio agli sfruttatori - non paiono aver trovato una completa applicazione. Ed è difficile pensare che nei campi i braccianti (non solo gli stranieri, s'intende) se la spassino alla grande.
Ma queste morti suscitano altre riflessioni, se si vuole meno "tecniche". Noi, dello straniero che occupa ormai ossessivamente le nostre cronache, le nostre narrazioni, i nostri pensieri, in realtà non conosciamo quasi mai né il volto né il nome. Non ci interessa conoscerli. Lo chiamiamo, al più, migrante. Evoca diffidenza, rancore, un terrore che talora, ma sempre più raramente, mascheriamo di ipocrisia: porte aperte a chi fugge da guerre e carestie, nessuno spazio per i migranti economici, quelli li aiutiamo a casa loro.
Eppure. I sedici morti del Tavoliere e di Lesina erano migranti economici. Venivano dall'Europa dell'Est e dall'Africa nera, ripercorrevano le rotte che un tempo erano state di noi italiani, quando andavamo a cercar fortuna sotto la Statua della Libertà, navigando dagli Appennini alle Ande. Ora che sono morti cominciano ad acquistare un'identità più precisa. Da indistinti "migranti" a "stranieri braccianti". Qualcuno ha preso persino a trascriverne i nomi.
Che tragedia paradossale: la morte ci ha costretti a prendere atto della loro esistenza nel momento in cui cessano di esistere. Non possiamo più considerarli fantasmi, i loro corpi ce lo impediscono. Sono state stroncate vite. Si è persa per sempre la possibilità di conoscere la loro storia, le traversie, i dolori, le gioie che li hanno segnati, che cosa li ha spinti così lontano, incontro a un destino che certo non desideravano né sognavano. Ora hanno riacquistato, nella morte, la dignità di persone, non più numeri, unità produttive, qualifiche operative, voci di reddito. Una dignità a prova di fake news. Facciamo in modo che non resti l'unica dignità possibile.

domenica 5 agosto 2018

La riflessione di Don Pietro al Vangelo della XVIII Domenica del T.O.

L'evangelista Giovanni ci ricorda che
• “quando la folla vide che Gesù non era più là, salì sulle barche e si diresse alla ricerca di Gesù”.

Ma dov'era Gesù ? Gesù era nel luogo della misericordia e della compassione.
Quando non c'è Gesù, non c'è misericordia  e, viceversa,  dove c’è misericordia lì c’è sempre Gesù.
Allora bisogna cercarlo altrove rispetto ai luoghi norrnali, canonici e cioè la famiglia, i Movimenti,  il luogo del culto,  la chiesa come tempio materiale?

• “Rabbi quando sei venuto qui?, chiede la folla quando incontra Gesù.
         Cioè:  perché c'hai lasciati, perché  te ne sei andato via?

Gesù risponde: Voi mi cercavate perché avete mangiato quei pani e vi   siete saziati.
Cioè voi cercavate non Dio, ma il vostro appagamento. Nel vostro   cercarmi non c'era gratuità, ma interesse.

• “Datevi da fare per il cibo che rimane per la vita eterna”  , raccomanda Gesù alla folla e aggiunge:  “Questo cibo è fare   la volontà del Padre mio” 
E la volontà di Dio è rendere felice l'uomo: questo è quello che Dio vuole dai suoi seguaci.
        Poi Gesù li esorta  a vivere una fede senza paura e senza sacrifici inutili.

Infine Gesù afferma :
• “Questa è l'opera di Dio: che crediate   in Colui che egli ha mandato” :

          Cioè credere all'amore che Dio nutre per noi nel Figlio.

La fede è l'opera più importante. Fede è scoprire il volto di Dio in ogni     segno materiale.

• “Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo.
          Solo Gesù può saziare la fame di vita che è in noi.

• “Io sono il pane della vita”:
Un Dio che vuole essere  gustoso per chi lo mangia, un Dio da mangiare.