La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

venerdì 10 agosto 2018

LA MIA LETTURA SUL VANGELO DELLA DOM. XIX T.O. Don Pietro

SCORAGGIAMENTO E SPERANZA
1. Obiezione dei Giudei a Gesù: come può il figlio di Giuseppe, il falegname, dire: “Sono disceso dal cielo?”
Oggi l’obiezione, tradotta in forma moderna, suonerebbe: come può un uomo vissuto 20 secoli fa presentarsi a noi come “parola di vita eterna” ? Tra il suo mondo e il nostro c’è un abisso di eventi, trasformazioni, realtà totalmente diverse, per cui sembra impossibile guardare a Lui come a Colui che è disceso dal Cielo, al “senso” della nostra vita.

2. Una seconda difficoltà nasce da un’altra parola di Gesù nel brano odierno: “nessuno ha visto il Padre” .
C’è in questa parola, non unica nel vangelo, una chiara e forte dissuasione verso chi presume di parlare di Dio, di indicarlo come meta della vita dell’uomo, come punto di aggregazione della vita sociale. Si ridurrebbe il Dio di Gesù Cristo a un Dio nominale, conosciuto. In realtà noi non conosciamo Dio. Egli non è un oggetto della nostra mente. L’unico luogo di conoscenza di Dio è la parola di Gesù, parola di uno che ha conosciuto il Padre, che era presso il Padre. Allora: non è la nostra ragione la via per conoscere Dio, né l’intimismo psicologico, ma unicamente Gesù.
Noi crediamo perché crediamo che la parola di Gesù è Parola di Dio. Il velo che ci separa da Dio si è spezzato solo in un punto: l’esistenza e la parola di Gesù. Gesù è l’unico pane che ci vien dato nel nostro viaggio della vita.

3. IL VIAGGIO DI ELIA.
Elia vive un momento di estremo scoraggiamento, al punto di desiderare la morte: “riprenditi la mia vita, o Dio”.
Quella dello scoraggiamento è oggi tentazione particolarmente diffusa e acuta. Si configura come sentimento dell’inutilità del camminare, dell’inesistenza di una meta degna e capace di giustificare gli sforzi. Quello dello scoraggiamento è un sentimento nobile, è tipico delle anime sensibili. I superficiali e gli egoisti non lo conoscono: essi si prefiggono mete semplici, facili e, garantiti dal conto in banca, da una rete di affetti e di amicizie, veleggiano tranquilli verso il futuro. Per essere tranquilli essi innalzano una barriera protettiva tra la loro esistenza e molte realtà circostanti: la fragilità della vita; la rapidità con cui questa si consuma; le minacce di un futuro sempre più incerto; i rischi di un infelicità collettiva. Riflettere su queste cose è un obbligo morale. Uno ha tanta dignità morale, quanta è la sua apertura e sensibilità verso questi problemi, che producono scoraggiamento. C’è quasi una proporzione diretta tra scoraggiamento, infelicità e serietà morale. Più uno è moralmente serio e più è infelice perché si accorge che ciò che è moralmente degno della vita è instabile, precario e del tutto incerto. Soprattutto quando esso, per una stagione, era apparso possibile, raggiungibile, a portata di mano. Quando cioè alla primavera segue non l’estate, ma l’inverno. Quando questo accade, le ragioni del camminare, del lottare, si dissolvono e nasce lo scoraggiamento. Allora c’è chi si rifugia nell’orticello del proprio privato coltivando piccole soddisfazioni e grandi frustrazioni. Questo innalzamento di un muro tra se e il mondo è una forma grave di dimissione morale. Ma c’è anche chi avvertendo l’impossibilità di dare un senso alla propria vita in un mondo siffatto, cade nello scoraggiamento. Compito di noi credenti non è quello di diffondere serenità artificiali, speranze a buon mercato, bensì quello di prendere sul serio questi scoraggiamenti, attraversare insieme il tunnel buio delle situazioni, e cercare ragioni di vera speranza. È quanto dice la lettera di Pietro quando afferma: “sappiate rendere ragione della speranza che è in voi”.
Rendere ragione della speranza non è semplice. La vicenda di Elia può aiutarci. A questo profeta che sente di non farcela più, che avverte come al di sopra delle sue forze la missione affidatagli da Dio e che, perciò, protesta, il Signore dà una focaccia di pane e un orcio di acqua, due cibi elementari e semplici, segno esplicito della povertà elementare con cui Dio ci viene incontro. Dio, notate, non offre ad Elia un cavallo focoso e forte, non gli dà uno strumento di sicurezza, ma soltanto il cibo per camminare un giorno. Questo perché nel disegno di Dio la forza per camminare, andare avanti non viene all’uomo dai mezzi potenti, dagli strumenti umani, ma dall’amore.
L’amore vuole mezzi poveri perché esso nient’altro possiede che capacità inventive e fantasia creatrice. La sovrabbondanza dei mezzi ha spento la fantasia, ha reso inerte la creatività. Insomma la logica dei mezzi spegne e uccide la logica dell’amore. L’amore è forte di se stesso e capace di inventare. La logica evangelica di preferenza dei mezzi poveri nasce proprio dalla premura di salvare la preminenza dell’amore creativo. Se vengono meno i mezzi o si rivelano inadeguati al fine, l’amore vive di sé, trova in se stesso la possibilità di andare avanti.

4. Collegamento col vangelo.
Il mezzo povero che io ho come credente per vincere lo scoraggiamento e dare speranza anche agli altri è la parola di Gesù di Nazaret. Non abbiamo altre certezze e sicurezze umane: né teologiche, né istituzionali. Si sono tutte dissolte. Non ci resta che quest’orcio d’acqua e questa focaccia scaldata, questo cibo elementare: la parola del vangelo, la parola di vita eterna, una parola capace di illuminare le ragioni del nostro vivere. Anzi questa parola illumina anche le ragioni del nostro scoraggiamento, capovolgendo la disperazione che ci prende sul piano umano in motivo di soddisfazione. La perdita di alcune certezze che ci dà tristezza, si capovolge in grande gioia. Quando sono costretto a dire: non ce la faccio più, proprio allora mi nasce dentro una gran voglia di camminare e di essere accanto a quelli che non hanno più ragioni di speranza. Quando non ho più parole umane per consolare, allora posso contare sulla forza invincibile della parola di Dio. Dunque questo impoverimento di mezzi umani, è, nel viaggio, grazia di Dio, per la vita eterna.
Vita eterna nel linguaggio biblico, è vita in pienezza, non solo vita oltre la morte, ma già ora e qui. È vita diversa, segnata da una pienezza, segnata da Dio, non da noi o dalle cose. Questo mondo passa e viene da Dio un mondo diverso, verso cui andiamo. Chi non ha il dono di questa fede, è normale che si scoraggi fino al rifiuto della vita, non riuscendo a consolarsi con favole. Chi accoglie la grazia della fede sa, invece, che il suo viaggio è dentro l’amore di Colui che lo attende e interviene nei momenti di stanchezza e di scoraggiamento, per donargli la forza di spendere la propria vita per la salvezza del mondo. Allora nasce una somiglianza tra la vita di Gesù offerta fino alla croce e la nostra vita che diventa come la sua: dono offerto. Così svanisce la disperazione: quando la vita è donata in un’ offerta di amore.

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