La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

venerdì 8 febbraio 2019

Riflessione sulle tre letture di domenica. Don Pietro

1. Tre esperienze di fede nelle tre letture.

A)
Dio, nella  prima lettura, manifesta la sua potenza a Isaia
il profeta avverte la sua condizione di peccato. “Un uomo dalle labbra impure io sono, in mezzo a un popolo dalle labbra impure”
Dio gli purifica le labbra con un tizzone ardente e il profeta dice: “Manda me”

B)
Cristo, nel vangelo, manifesta a Pietro la potenza di Dio compiendo un miracolo
Pietro si prostra riconoscendo la sua condizione di peccatore
Gesù lo rassicura dicendogli: “Non temere, sarai pescatore di uomini”. Ed anche Pietro, come Isaia, è mandato
Infine:
C)
La gloria, nella seconda lettura, di Dio si manifesta a Paolo sulla via di Damasco
Paolo riconosce il suo peccato di persecutore di Cristo
Il Cristo lo manda come Apostolo delle genti

In questi tre eventi viene alla luce una identica struttura dell’esperienza di fede:

A) - l’iniziativa di Dio che manifesta all’uomo la sua gloria rendendosi a lui presente
B) - L’uomo risponde a questa presenza prendendo coscienza della sua condizione di peccatore
C) - E l’uomo trasformato in credente avverte la necessità di rendere presente anche agli altri la “Presenza”.

A) L’iniziativa di Dio.
Alla fede in Dio – il Dio di Gesù Cristo, non quello dei filosofi – non si giunge attraverso le scale del ragionamento, della dialettica.
Non crediamo in Dio perché andiamo a Lui.
Crediamo in Dio perché Lui viene a noi, si fa sentire, in qualche modo ci si manifesta (in modo sconvolgente, come per Paolo, o in modo normale, senza turbamenti psicologici).
Posso dire che Dio è il senso della mia esistenza, solo per una mia esperienza interiore, perché ne ho percepito la presenza nelle profondità del mio essere.
Solo se ho avuto la grazia di fare questa esperienza ne posso parlare, altrimenti è meglio tacerne, non nominare il suo nome invano.
L’unica prova che Dio esiste è la testimonianza di fede e di vita di chi crede in Lui!
Questo Dio che, per amore, ci fa la grazia di venire a noi è un Dio che viene a toccarci con un tizzone ardente, cioè
viene a sconvolgere l’ordinamento della nostra natura
viene a estrarci da un’esistenza mortale e finita come si estrae una creatura che non vuole uscire dal grembo materno e ci fa nascere come figli.

B) La nostra condizione di peccatori.
Che incontro a noi sia davvero venuto Dio con potenza e gloria e col tizzone ardente, lo si può verificare dalla conseguente presa di coscienza della nostra condizione di peccatori.
Questo senso del peccato nulla ha a spartire con quell’ambiguo senso di colpa di cui si interessano la psicologia del profondo, o i vigenti codici morali.
In base ai correnti codici morali – che, beninteso conservano la loro importanza – potremmo non individuare peccati precisi, fattispecie criminose identificabili, e, conseguentemente cadere nella presunzione farisaica di crederci giusti attirando la condanna del Signore su di noi.
Invece l’esperienza di Dio attesta a chi ha fede di essere un peccatore, di essere costituito nella colpa.
Insomma è la coscienza di trovarsi in una situazione di difetto, di inadeguatezza per cui, ad esempio, lo stesso parlare di Dio diventa impuro perché impure sono le labbra che lo nominano.
Il credente è avvertito della disparità incolmabile tra la santità di Dio e la sua condizione umana.
Corollari importanti sono il non sentirsi e dirsi migliori degli altri, di chi non va in Chiesa, di chi non crede, il non dividere gli uomini tra buoni e cattivi, il non scandalizzarsi dinanzi alle prostitute e ai ladri!
Il credente lotta contro il male, ma sa di essere anche lui dentro quella condizione di male.
Questa confessione di indegnità  radicale è altamente liberante:
non ci fa giudicare gli altri perché dovremmo giudicare noi stessi
se ci battiamo il petto, lo facciamo con convinzione e mai sul petto degli altri
e usiamo misericordia agli altri perché prima a noi è data misericordia
e guardiamo agli altri con occhio buono perché l’occhio di Dio è buono con noi.

C) Rendere presente la “Presenza”.
Chi ha fatto l’esperienza della Presenza, della potenza perdonante di Dio, della gloria del suo amore, avverte implacabile il bisogno di farne partecipi gli altri.
Nulla a che spartire con lo spirito di proselitismo o di conquista: il Dio di Gesù Cristo non è una merce che da bravi piazzisti dobbiamo vendere sui mercati delle religioni.
Il Dio di Gesù Cristo detesta gli spot pubblicitari:
O è presente in chi ne parla, oppure le parole producono ateismo anche sotto forme di consenso religioso.
Dio si trasmette come vita che si ha in sé e come forza vitale che trasforma.
Così è stato per Gesù di Nazaret.
Chi lo ascoltava sentiva nella sua parola una potenza che era quella di Dio.
Chi lo toccava sentiva uscire da lui una forza miracolosa che guariva anime e corpi.

Conclusione. 
La “presenza” di Dio in Cristo che noi dobbiamo far nostra e trasmettere agli altri è quella suprema che si è realizzata nella morte e risurrezione del Cristo, come dice Paolo nel brano odierno della II lettura.
Non c’è altro luogo in cui Dio sia presente agli uomini.
Nella risurrezione Dio tocca con il tizzone ardente e vivificante la carne mortale dell’uomo.
Questo evento della risurrezione del Cristo e della sua apparizione ai discepoli noi lo abbiamo appreso dagli apostoli e ora lo viviamo nel simbolo eucaristico.
Allora cos’è fede?
è “vedere” cioè sentire la potenza di Dio nella gloria del Risorto attraverso il velo del simbolo
è riconoscersi dinanzi alla luce avvolti dalle tenebre del peccato senza discriminare gli uomini ma dando misericordia e pietà
ed è, infine, accettare di essere mandati perché la luce della presenza che ci ha illuminati rischiari la vita anche agli altri.

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