Accogliamo con animo lieto e cuore aperto alla speranza la grazia di un nuovo inizio di quel rapporto che Dio, per mezzo di Cristo e nello Spirito, ha stretto con ciascuno di noi, come persone uniche e irripetibili e come membri della comunità credente. Un rapporto -è bene mai dimenticarlo- che è insieme croce e delizia della nostra vita.
Riconosciamolo con umiltà e preoccupazione: i legami di fede e di amore tra noi er Dio, sottoposti all'usura di un tempo così carico di complessità e contraddizioni come il nostro, rischiano lentamente di allentarsi, difatti ogni giorno si affievoliscono e rischiano di diventare insignificanti e ininfluenti per la nostra vita e per il senso dell'esistenza che così finisce tutta prigioniera del contingente, del vuoto, con la minaccia dell'assurdo e, spesso, dell'angoscia e della disperazione. Cioè della morte.
Fotografa la nostra condizione molto bene il profeta Isaia quanto scrive:
" Siamo divenuti tutti come cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia: tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento" (Is 63)
Allentato il legame di fede-fedeltà con Dio facciamo grande fatica anche a vivere nella speranza:
Sembra che Dio, quel Dio che da sempre ci è stato indicato come Padre amoroso che provvede ai suoi figli, se ne stia ora inerte, lontano, senza prendersi più cura dell'umanità che, per questo, conosce un periodo di morte e vive in una cultura nichilistica.
Sul versante della scena del mondo le speranze di pace universale che non molto tempo fa erano riaffiorate in seguito a grandi rivolgimenti storici, sembrano affogare in un penoso risorgere della guerra, di conflitti fratricidi, privi di senso e sostenuti solo dall'odio etnico, dalle fazioni di lotta per il potere, dall'utilizzazione della strage terroristica per vincere una competizione che appare a tutti priva di una direzione costruttiva.
Abituati a credere nella presenza di Dio nel mondo, siamo così ora assaliti dal timore di essere abbandonati alle forze del male, di non essere ascoltati da Chi è sempre stato presentato come “Colui che ascolta".
Sul versante della nostra piccola vicenda personale, il dolore che sperimentiamo ci colpisce nella speranza di una vita tranquilla e felice. L'incombere della malattia e della morte sconvolge la fiducia che ci avevano inculcato in un Dio protettore e dispensatore di felicità.
Ci assale il dubbio che Dio non sia veramente un padre amoroso e giusto, dal momento che permette che accadano cose tragiche: paurose perdite di felicità e di salute.
A volte addirittura sospettiamo che Egli sia quasi un nemico che perseguita l'innocente o, comunque, punisce l'umanità peccatrice ben oltre le sue colpe.
Ma perché Dio permette tanto male, perché non sopporta, perché non usa la sua potenza contro gli abissi del dolore?
2. COME REAGIRE?
Come deve reagire l'uomo dalla fede profonda e viva a queste laceranti domande, come vincere questi dubbi atroci?
L'uomo credente, il chiamato alla santità, il semplice, sa che l'esperienza del silenzio di Dio è una delle caratteristiche del cammino di fede: tutti i grandi santi hanno attraversato la notte dello spirito senza più sentire la presenza di Dio. Ma proprio questo passaggio nella notte si è trasformato in un momento di crescita della fede che ha fatto ritrovare loro ciò che credevano perduto.
Certamente è stato un momento di prova e di verifica della capacità di tenuta della loro fede.
Questa fede proprio grazie a questo attraversamento nelle tenebre, ha prodotto una purificazione dell’immagine di Dio, un Dio da non pensare più in termini umani, da non poter nemmeno descrivere se non con le parole del desiderio di amore e di vicinanza.
Una fede che nel momento della croce, mentre le tenebre trionfano, si fa grido:
“Dio mio, Dio mio, perhé mi hai abbandonato?”,
ma che è capace di affidamento fiducioso:
“Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”.
Una fede che nella frequentazione costante e nella familiarità quotidiana con Gesù, il Figlio di Dio, ha interiorizzato così profondamente nel cuore e nella vita la presenza di Dio da poter sostenere, senza devastazioni, anche i periodi, a volte lunghissimi, della sua lontananza e assenza, certi del suo ritorno.
3. IL TEMPO DI AVVENTO
Questo tempo di Avvento che inizia è tempo favorevole per questo esercizio di interiorizzazione della presenza di Dio. Il Dio della nostra fede è un Dio che viene.
L'Avvento è celebrazioni di questo venire incessante di Dio, è memoriale di un passato nel quale Dio ha operato, e annuncio-anticipo di un futuro nel quale Dio porterà a compimento quello che ha iniziato, è segno presente di un dono che Dio fa oggi.
Il nostro atteggiamento in questo tempo di Avvento dev’essere di attesa.
Attesa come un aspettare pazientemente Qualcuno che deve venire.
Attesa come desiderio profondo del Dio che salva e porta novità di vita. C’è chi non attende più nulla, né da sestesso, né dagli altri, né dalla vita, né da Dio.
A volte manca il senso dell’attesa perché ci sentiamo autosufficienti, nonostante oggi questa autosufficienza sia molto in crisi su ogni piano.
Attesa come attenzione e vigilanza al passaggio di Dio e ai segni della sua assenza-presenza nascosta.
Attesa come invocazione e grido:
“Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”; “Tu sei Padre,ritorna per amore dei tuoi servi!”; Nella tua fedeltà che mai vien meno, ricordati di noi, Signore”.
Attesa come speranza, come esercizio di speranza: la speranza non è la soluzione dei problemi, è solo la forza per portare il peso della vita e della storia, un peso che o lo si porta insieme ad altri, ad una comunità di uomini e donne, o non lo si riesce a portare affatto. La speranza è la parola di Dio a donne e ad uomini che si rivolgono a lui con le loro parole, che sono poi le parole della fede, le parole dell'abbandono fiducioso.
Per portare il peso delle vicende umane bisogna diventare veri, trovare il coraggio (dal napoletano "aggi core") è davvero avere il cuore, diventare vivi, essere persone viventi, persone in relazione, a immagine di Dio.
Ma essere vivi, persone con un cuore, significa anche produrre segni di speranza facendo sentire che realmente nella nostra esistenza il bene è, la verità è, la vita è.
Oltre la preghiera è atto religioso anche accorgersi che l'altro ci guarda ed ha bisogno di noi.
L’Eucaristia è il primo segno di speranza che pone una comunità perché è il segno della disponibilità a dare la vita.
Forse le terre promesse sono ancora lontane, forse non vi entreremo, ma intanto insieme possiamo cominciare a gustare le asprezze di un deserto che ci costituirà popolo.
Accettiamo, dunque, la limitatezza del nostro essere creature scoprendo, in questo tempo di grazia dell’Avvento, che Dio ama proprio me, nel mio limite, nel mio peccato, perché per il Signore ciò che conta non è il mio passato, ma il modo in cui vivo la realizzazione del regno.
Leggiamo le nostre vite come piccole storie nelle quali riconoscere il passaggio del Signore.
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