La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

sabato 18 gennaio 2020

Meditazione sul Vangelo della II Domenica del T.O.. Don Pietro


1. Giovanni parla di Gesù a quanti incontra. Noi, come Giovanni, possiamo parlare di Gesù?

a. Il mistero di Dio, nascosto nei secoli, è stato a noi manifestato in Gesù. Nel figlio suo Dio si è fatto trasparente, pur rimanendo un mistero inaccessibile, indisponibile e ineffabile. Possiamo allora osare dire Dio in Gesù, ma con umiltà e con rispetto del mistero che in lui permane. Ri-velare, del resto, significa togliere ma anche rimettere il velo.

b. Ma a noi, più che parlare di Gesù è chiesto di essere solo i suoi testimoni, attraverso lo Spirito.
Giovanni  dice: "Io finora  non lo conoscevo... ma ho visto lo Spirito  scendere… e posarsi su di lui".
Può parlare di Gesù, può cioè fare una vera comunicazione per una comunione spirituale solo chi può dire: "Io ne ho fatto esperienza, l'ho conosciuto, l'ho incontrato, la sua verità è divenuta verità per me...".

2. Cosa possiamo dire, testimoniare di Gesù?

a. Egli è il Servo sofferente, l'Agnello che è venuto a portare, a portare via, il mio peccato e quello del mondo.
Il Servo sofferente si fa carico del dolore delle vittime e della malvagità dei carnefici e così libera entrambi col suo amore obbediente. Egli non è un "capro espiatorio" che esprime solo il bisogno di liberare dai peccati. Egli è un dono di Dio agli uomini.

b. Gesù è, inoltre. il donatore dello Spirito di Dio, Colui che consola, che difende, che anima, che accompagna.

c. Egli è, infine, il Figlio di Dio, che comunica la vita di Dio, che ci rende simili a lui, cioè figli nel quale il Padre possa compiacersi.

3. Cosa è chiesto a noi?

A noi è chiesto l'ascolto della fede, l'ascolto della parola di Dio. Il primo  comandamento di Dio al suo popolo è proprio questo: "Ascolta  Israele-Shemà Israel...".
La parola ascoltata il pio israelita e ogni credente deve legarsela alla mano, perché sia guida alla sua azione. Deve metterla come  pendaglio alla fronte, perché illumini il suo pensiero. Deve appenderlo agli stipiti  della porta di casa, perché sia guida alle sue relazioni sociali.
È il comando contenuto nel Salmo '94: "Ascoltate oggi la sua voce..." e il Salmo 39 recita: “sacrificio e offerta io non voglio, dice il signore, gli orecchi ti ho aperto". In ebraico il verbo Shamà significa insieme ascoltare e obbedire.
L'ascolto della parola di Dio deve essere radicale: la parola ascoltata cioè deve  incidere alle radici dell'essere di una persona e della costruzione della sua vita. Siamo chiamati a imitare Maria di Betania, la sorella di Marta e di Lazzaro: seduta ai piedi  di Gesù ha l'orecchio teso ad ascoltare le sue parole. Nemica dell'ascolto è la superbia, amica dell'ascolto è l'empatia, cioè un rapporto d'amore con la parola. Oggi per ascoltare la parola di Dio occorre riscoprire il silenzio.

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