La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

sabato 5 ottobre 2019

Riflessioni sulla prima lettura (Abacuc) e sul Vangelo di Domenica (27 T.O.). Don Pietro

1.  Dolore umano e silenzio di Dio

"Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido "violenza" e non soccorri? Perché mi fai vedere le iniquità e resti spettatore dell'oppressione?" (Abacuc 1,2-3)
Lo scandalo di Abacuc per il silenzio di Dio dinanzi alle tragedie che si consumano sulla terra, è anche il nostro scandalo. Come la sua anche l'attuale fase della storia dell'umanità è segnata da violenze, rapine,  iniquità, guerre, terrorismo e Dio sembra tacere. A migliaia ogni giorno uomini e donne, spesso innocenti, cadono di vittime della ferocia  di altri esseri e Dio sembra assistere all'eccidio e agli orrori da spettatore muto. Il sangue sembra scorrere sotto cieli disabitati e muti

2. La risposta della parola di Dio

È una risposta che non va nel senso delle nostre aspettative. La giustizia che noi vorremmo è quella umana, che conosciamo molto bene: la distruzione dei malvagi e la felicità per i giusti. È ovvio che stiamo bene attenti, prima di invocare l'intervento di questo Dio giustiziere, a prendere la precauzione di collocarci nella schiera dei giusti. Dio, a noi  che lo invochiamo (supposto che in noi c'è ancora spazio per l'invocazione!) non risponde con la miserabile giustizia che noi pratichiamo, quando la pratichiamo!, ma con una giustizia superiore, con la misericordia, mentre a noi chiede la fede e il servizio al Regno

a) misericordia

Dio, dinanzi alle tragedie provocate dalla volontà di potenza dell'uomo, non resta muto, insensibile e impassibile. Non fa ricorso alla sua potenza per sterminare l'uomo e annientarlo: ci pensa già l'uomo a farlo verso gli altri e verso se stesso. Dio risponde rinnovando il suo patto di impegno con l'uomo. Si fa compagno di dolore dell'uomo, identificandosi con lui. Più che in Mosè che contrasta la violenza del faraone con altre violenze, Dio si incarna nella figura del Servo sofferente: come agnello innocente questi si fa carico non solo del pianto delle vittime, ma anche dell'odio e della violenza del carnefice. E questo suo farsi carico di dolore e di malvagità immette nel mondo tanto amore da salvare non solo l'oppresso, ma anche l’oppressore. Dio ci vuole salvare, dunque, non con la falsa onnipotenza della forza, ma con la vera, unica, onnipotenza, quella dell'amore

b) fede

E Dio invita e sollecita anche l'uomo ad entrare in questa logica nuova e risolutrice attraverso la fede: "Il giusto vivrà per fede". Questa espressione di Abacuc è suscettibile di due possibili versioni, reciprocamente complementari. La prima: la fede del giusto intesa come fiducia e come abbandono a Dio. La seconda:  fede intesa cime fedeltà di Dio,  Dio, cioè, che non delude e non viene meno alle sue promesse.
Chi, purtroppo, viene meno ai suoi impegni è l'uomo la cui fede, povera e fragile, non è all'altezza dei compiti che Dio vuole realizzare con lui. Ma, allora, perché Dio non viene, non interviene a liberarci dal male e dai mali? Ecco la risposta della parola di Dio: perché non abbiamo fede. Ne avessimo  un granellino, sposteremmo le montagne dei poteri disumani, delle forze economiche perverse, delle istituzioni corrotte e oppressive.
La fede che ci manca è la fede in un Dio che ci ha assicurato che questo mondo di violenza, di rapine e di oppressione, di disumanità, finirà.
Più che fede noi abbiamo fatalismo e rassegnazione a causa anche di una falsa comprensione del peccato originale, della natura umana e delle sue leggi. I veri nemici della del progetto di Dio, aperto ad una vita degna per ogni uomo, non sono i malvagi, i terroristi, i prepotenti, sono i rassegnati nei confronti della malvagità di questo mondo. Rassegnazione che diventa anche complicità.
La fede che ci manca è quella che dovrebbe avere il suo sigillo di autenticazione nella persecuzione (Paolo va in carcere per la sua contestazione all'interno romano idolatrino…).
La fede che ci manca è quella che ci fa capire come all'impegno solenne di Dio con noi deve corrispondere, con l'aiuto decisivo della grazia, il nostro impegno con Dio.
Tutto dipende da ciascuno delle due parti

c) servizio

Questo nostro impegno diventa servizio nel e per il regno di Dio. Come servi dobbiamo fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità e poi dichiararci "servi inutili".
Quando, dopo aver lottato per una società più fraterna  la sperimenteremo più feroce; quando ci saremo spesi per porre termine alla logica dello sfruttamento e vedremo allargata questa logica, allora, dinanzi al fallimento, non dobbiamo concludere "non serve a niente impegnarsi", ma in quanto servi inutili dobbiamo aprirci alla speranza e non vergognarcene.
La speranza fondata sulla fedeltà di Dio ci dice che il Giorno del Signore si manifesterà. Bisogna aspettarlo rimettendone la piena manifestazione alla sua sapienza e al suo consiglio.
Questo Giorno del Signore non va neppure rinviato ad un futuro lontano e irraggiungibile. Esso è imminente in ogni attimo, irrompe nel presente e ci chiede di comprometterci con esso con una fedeltà che ha come prezzo e destino la persecuzione, come il Servo sofferente sperimenta.

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