G,utta cavat lapidem non vi, sed saepe cadendo.. La ricordo tra le prime
frasi latine mandate a memoria. Leggendola in chiave positiva, essa mostra la
forza di un'azione quando è fedelmente ripetuta nel tempo, come una goccia
d'acqua capace di perforare la roccia non con l'irruenza, ma semplicemente
continuando a cadere. È come nutrire una pianta: non serve un flusso
abbondante ed estemporaneo d'acqua, ne basta una quantità minima e regolare.
Le cronache spesso usano l'aggettivo "seriale" in
riferimento ai protagonisti di efferati crimini. Esiste anche una versione sana
della serialità: è la fedeltà dell'amore che sa "stare sul pezzo" con
gesti che si ripetono, ma in maniera sempre nuova, attraversati dalla costante
passione per l'altro, percepito come sempre nuovo.
Mi ha molto colpito la vicenda divenuta virale di Romano, un anziano
di Consuma, in Toscana. A 84 anni accompagna ogni giorno in macchina alla
scuola elementare del paese vicino Jaffer, un bambino ipovedente di origine
macedone. Il papà taglialegna deve lavorare, la mamma è senza patente. Sul
pulmino della scuola servirebbe un assistente che non c'è. Romano si è trasformato
nel suo assistente: dodici chilometri
di tornanti, altrettanti a tornare, due volte al giorno. Per tutti e nove i
mesi dici'
Scuola.
Con un sogno
nei cuore: che .Jaffer un giorno possa riacquistare la vista e
riconoscere gli amici e il suo compagno di viaggio non solo al tatto delle
dita, ma guardandoli negli occhi.
Nell'ora dell'apparente apatia dilagante, una storia - tra le tante
possibili - che ha commosso l'Italia, restituendo forza generativa all'amore
disinteressato e fecondo, che porta beneficio anzitutto a chi lo compie. Nel
cuore dell'Appennino, a trovare ragioni di vita sono in due. E il primo non c
Jaffer, ma Romano. Anche se, per
sua stessa ammissione ormai vecchio e
sordo
Un esempio di fedeltà cristallina. Non a dettami etici, ma alla
bellezza dell'essere umano. È interessante constatare che nei profondo di ogni
uomo abita la chiamata all'amore per l'altro e in particolare il più debole. A
muoverci non è un generico senso di solidarietà, ma la percezione che nella
gratuità ritroviamo noi stessi e la gioia di appartenere ad una fraternità.
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