Un problema che sempre ci tormenta è quello del senso della nostra vita e delle vicende in cui siamo coinvolti o di cui siamo spettatori.
Probabilmente è impresa disperata, perché fallimentare, attendersi soluzioni razionali a questo fondamentale problema dell’uomo.
Tra reale e razionale è impossibile trovare composizioni o identificazioni.
La fede, dal canto suo, non ci dà risposte da ricondurre ad una filosofia della storia né autorizza spiegazioni provvidenzialistiche, tipiche di una religiosità superstiziosa.
La fede rimanda le risposte ad un libro, l’Apocalisse, sigillato da 7 sigilli e che verrà disigillato solo l’ultimo giorno, che appartiene ad un altro tempo e ad un’altra patria!
In questo libro sono scritte tutte le ingiustizie subite, tutte le speranze buone andate deluse: nulla sfugge allo scriba dei cieli.
Quel libro sarà aperto dall’Agnello quando spezzerà, uno dopo l’altro, tutti i 7 sigilli. Allora tutto avrà senso, anche ciò che a noi è apparso e appare privo d’ogni senso.
Nel brano odierno è il sesto sigillo che viene spezzato e al Veggente di Patmas appare una “moltitudine immensa di ogni popolo e di ogni lingua”.
Questa moltitudine rappresenta il genere umano nella sua totalità e universalità, non solo il popolo dei “cristiani”.
Questa visione sconvolgeva la prima comunità dei credenti, la comunità delle origini cristiane, prevalentemente giudaiche, attaccate fortemente al loro mondo particolare, religioso ed etnico e, perciò nonostante la Risurrezione, con un corto respiro universalistico.
L’idea che tutti gli uomini fossero chiamati a salvezza suscitava gelosia nei Giudei, come testimonia la violenta opposizione alla predicazione universalistica di Paolo e Barnaba ad Antiochia di Pisidia da parte di donne di alto rango e dei notabili della città (brave persone – c’è da crederlo! - ), ma che reputavano di essere i padroni della salvezza, gli unici a conoscere le regole e gli itinerari. L’idea che la salvezza è per tutti, non per i giusti, i dotti, li irrita e così organizzano alleanze per estirpare questo errore.
Probabilmente anche noi, credenti della ultima ora, facciamo fatica ad accettare queste ampiezze della salvezza dilatati fini ai confini della terra, e che ha come destinataria la moltitudine.
Abituati dalla nostra tradizione culturale e nonostante tutta la nostra autosorveglianza mentale, noi posiamo la nostra attenzione quando la rivolgiamo all’umanità, quasi sempre solo sugli uomini grandi, importanti, i maestri, i capi politici.
La moltitudine, per noi, è solo un termine generico, spersonalizzato, che non considera affatto i battiti di ogni cuore e le lacrime di ogni occhio.
La moltitudine per noi è solo la massa nella quale non distinguiamo i volti e i nomi.
Così, raccontando di una guerra ricordiamo solo i nomi di chi l’ha vinta o persa e dimentichiamo le montagne di ossa disseminate nelle pianure in cui essa si è combattuta.
Questo sguardo anonimo sulla moltitudine è conseguenza del nostro modo di pensare strutturalmente individualistico ma, davanti a Dio per il quale ogni lacrima è importante, costituisce il nostro peccato. Dio non ha questo nostro sguardo.
Se per Dio ogni lacrima non avesse un senso, che noi invece non riusciamo a trovare, allora l’unica reazione moralmente seria del nostro cuore sarebbe la disperazione.
La fede ci dice che per Dio ognuno ha senso e ogni dolore è importante.
2. Il “buon pastore”.
L’immagine del “buon pastore” propostaci dal vangelo odierno ci aiuta in tal senso.
Questa immagine ci parla di una storia, in cui il Cristo è esemplare, che nasce dall’amore ed è vissuta nell’amore.
Chi la vive non produce tribolazione e angustie per i destinatari del suo amore, ma piuttosto se ne fa carico e se le porta nel cuore facendole proprie.
Chi la vive semina gioia, solidarietà, pace, aiuto per gli altri.
All’interno del mondo dominato dalla sopraffazione e dall’ingiustizia questa, forse, è una storia che passa spesso inosservata ma molto più estesa di quanto non ci si voglia far credere. Abbraccia moltitudini perché gli organi di informazione non dicono che due persone si amano: questo non fa notizia. Dicono, invece, che una ammazza l’altra.
E così l’amore è senza storia, perché i suoi gesti non fanno rumore.
Eppure c’è una storia sotterranea, parallela a quella dell’odio, che è scritta, vissuta e narrata solo dall’amore.
Nella storia dell’amore hanno molto spazio le tribolazioni.
Sappiamo, anche per esperienza personale, che appena ci decidiamo a vivere solo secondo la legge dell’amore, sul modello di Gesù, a vivere cioè per l’altro fino al dono totale di sé, allora noi entriamo in conflitto con la logica del mondo impregnata di potere, non di donazione di sé.
E’ così che l’amore è giudicato stolto dalla cultura dominante e non ha prestigio nella piazza pubblica della società.
Il messaggio dell’evangelo propone senza ambiguità e incertezza questa legge dell’amore e la presenta come vissuta fino all’estremo da Gesù.
In questo senso ci vien detto oggi che Gesù è il pastore che conosce le sue pecorelle e dà la vita per loro.
Gesù, avendo sofferto nell’Amore fino alla morte, ha la vera cognizione dell’uomo, perché senza amore, senza coinvolgimento totale nell’altro, non si conosce veramente niente e nessuno.
3. Noi, chiamati all’amore.
Se anche noi ci dedichiamo a prendere sul serio questa legge dell’amore, se con la grazia riusciamo a non lasciarci corrompere dalla falsa e astuta saggezza di questo mondo, prima o poi dovremo “scuotere anche noi la polvere dai nostri calzari” rispetto al mondo.
L’alternativa tragica è la disperazione ammenocché non accettiamo di essere piatti, banali, integrati nel sistema.
La Parola della fede ci libera dalla disperazione e si fa parola di consolazione, riscattando i momenti bui dell’esistenza e dischiudendoci sorgenti di acqua viva che, invece, non si trovano nelle mappe dei nostri catasti.
La Parola ci consola quando ci dice che nessuno può rapire dalle mani del Padre le pecorelle che Gesù conosce.
Non è un meccanismo di auto-consolazione, è quella gioia inesplicabile di cui parlano oggi gli Atti degli Apostoli e che riempie il cuore dei discepoli perseguitati e soccombenti.
Strana questa gioia: avrebbero dovuto piangere e invece erano pieni di gioia e di Spirito Santo.
E’ questa la gioia che vince il mondo:
• quando vediamo la stoltezza dei potenti che perseguitano i giusti nei quali invece c’è saggezza e verità
• quando sentiamo che c’è una forza di Dio che rende stolta l’intelligenza e imbelle la potenza.
4. Un amore che non discrimina.
Il brano degli Atti ci insegna che chi crede nell’amore non discrimina tra chi segue la verità e chi segue l’errore, tra chi è in regola con la Chiesa e chi non lo è.
Senza queste discriminazioni ci sentiremmo nell’insicurezza più profonda.
Da qui la “gelosia” dei Giudei di cui parla il brano.
Per noi diventa disagio dinanzi a chi, fuori dai nostri sacri recinti, non solo dice che il mondo deve basarsi sull’amore, sulla fraternità e sulla pace, ma lotta per realizzare questi ideali, mentre noi continuiamo solo a parlarne nelle nostre “sinagoghe”.
La Parola di Dio invece ci dice di gioire per tutto il bene che nasce nel mondo, in qualunque popolo, razza e nazione.
Soprattutto per il bene che si fa intorno a noi e non dai nostri.
Siamo però avvertiti: se lo facciamo saremo espulsi in nome dei valori costituiti, in nome del dio del gruppo sociale.
Ma se avremo la saggezza dell’amore vero non ci arrabbieremo e non ci dispereremo. Anzi avremo la gioia sapendo che la persecuzione è il sigillo di una scelta giusta.
Questo continuare la strada dell’amore con costanza, senza disperazione, è un dono dello Spirito. Accogliendolo crescerà quell’umanità nuova, quella anonima della grande tribolazione. La sola candidata a regnare con l’Agnello.
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