La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

domenica 5 maggio 2019

Lettura del Vangelo della III Dom. di PASQUA. Don Pietro

Perché i discepoli tornano a fare i pescatori.
Cristo li aveva chiamati a fare i “pescatori di uomini” (all’apostolato, cioè). Ed essi avevano abbandonato tutto per seguirlo.
Perché ora ritornano all’antico lavoro?
Non perché avevano perso la speranza: avevano infatti visto il Cristo risorto e avevano ricevuto lo Spirito Santo e la missione di rimettere i peccati.
Essi tornano a pescare pesci perché con tale onesto lavoro potevano provvedere alle loro necessità, come farà anche Paolo, pur potendosi mantenere col servizio evangelico.
E il Signore premia il loro servizio al Regno con la pesca miracolosa, giusta la promessa:
“Cercate prima il Regno di Dio e il resto vi sarà dato in sovrappiù”.
La pesca.
Il numero sette dei pescatori, l’alba, la riva del mare rappresentano nell’antico linguaggio allegorico la fine, rispettivamente dell’universo, del giorno, dei tempi.
Anche la rete tirata da Petro a terra simboleggia la Chiesa alla fine del mondo.
Prima di questo evento ultimo la Chiesa si compone di santi e peccatori, secondo la parabola evangelica su di essa.
Alla fine la Chiesa sarà solo la Chiesa dei giusti.
A differenza della prima, in questa seconda pesca la rete è gettata dal lato destro della barca, il lato destinato ai giusti secondo la simbologia biblica.
Nella prima pesca la rete di rompe, immagine degli scismi che divideranno la Chiesa.
Qui invece è detto: “e benché i pesci fossero tanti, la rete non si strappò”. L’unità della Chiesa alla fine, e solo allora, sarà perfetta.
Della prima pesca è detto che per l’abbondanza dei pesci la barca rischiava di affondare: simbolo dei mali che derivano alla Chiesa quando la moltitudine della gente che vi entra ha comportamenti che ne minacciano la tenuta.
Della seconda pesca è, invece, detto che non vennero tirati nella barca ma trascinati a riva attraverso la rete immersa: immagine della moltitudine dei santi immersi nel sonno della pace, come nelle profondità del mare, e che alla fine saranno depositati nel Regno dei Cieli.
Centocinquantatre pesci.
Sant’Agostino vede in questo numero la somma di tutti i numeri che compongono il numero 17, ottenuto questo dalla somma di 10, cioè i comandamenti, e di 7, cioè i doni dello Spirito Santo.
I pesci, poi, rappresentano i santi. Ma non significa che vi saranno solo 153 santi che risorgeranno alla vita eterna. Significa, al contrario, che tutti coloro che vivranno la fedeltà al Signore (legge) nello Spirito Santo, risorgeranno alla vita eterna.
Inoltre 153 deriva anche dalla somma di 3 volte cinquanta più tre.
Ora 50 risulta sia da 7x7 (Spirito Santo) +1 (un unico Dio), sia dai giorni trascorsi dopo la Risurrezione per l’invio dello Spirito.
I 153 pesci, è detto, erano grossi e Gesù aveva detto che chi osserva e insegna ad osservare la legge sarà chiamato “grande” nel Regno dei Cieli.
Gesù mangia con i discepoli.
Il cibo consumato da Gesù e dai discepoli è composto del pesce che già si trovava sulla brace, di quello appena pescato dai 7 discepoli e dal pane.
Ora il pesce sul fuoco raffigura Cristo nella passione, come il pane è anche simbolo di Cristo, “pane disceso dal cielo”. Invece il pesce portato dai discepoli è simbolo della Chiesa.
Allora quel pasto è partecipazione della Chiesa alla beatitudine e gioia, frutti della passione del Signore.
“Pietro, mi ami tu?”.
La storia di Pietro è fatta di elezione, caduta, purificazione e perdono e, infine di martirio.
Solo con la forza dello spirito del Risorto, Pietro può mantenere la sua promessa: “… darò la vita per te…”.
Prima Cristo doveva morire per la salvezza di Pietro e poi Pietro poteva morire per la predicazione di Cristo.
Per tre volte Gesù chiede a Pietro quello che già sapeva: l’amore del discepolo verso il Maestro.
La triplice confessione d’amore deve compensare il triplice rinnegamento.
E se il rinnegamento del Pastore-Gesù fu prova del timore di Pietro, ora, l’affidamento del gregge è prova dell’amore, sia di Pietro, sia di Gesù verso di lui.
Solo l’amore per il Signore e per il suo gregge è titolo che abilita il pastore, non la avidità, il desiderio di potere, di gloria o di denaro, cioè in fondo l’amore per se stessi.

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