Gesù non è né Giovanni Battista redivivo, né Elia che ritorna.
Egli è il Messia atteso,inviato dal Padre e consacrato dallo Spirito per portare l’attesa salvezza all’uomo e al mondo.
Ma perché Gesù ci tiene tanto a precisare la sua identità e vocazione messianica?
Il problema, di allora e di oggi, non è Cristo sì, Cristo nò. Il problema è quale Cristo e, di riflesso, quale Dio.
La missione che Gesù deve compiere in obbedienza al Padre non è politica. Egli, cioè, non è venuto a porsi alla testa di un esercito per scacciare gli odiato occupanti romani e restituire ad Israele la dignità di popolo libero e indipendente.
La missione di Gesù e eminentemente spirituale, non mondana. Egli viene ad instaurare e inaugurare un rapporto nuovo di comunione tra Dio e l’uomo e tra gli uomini. E questo attraverso un cammino di sofferenza fino alla morte, secondo l’immagine isaiana del Servo sofferente.
Pietro e gli altri discepoli non riescono a comprendere tutto ciò. Proprio come noi…
Essi pensano che bisogna fare tutto il possibile proprio per evitare la via della croce cui fatalmente conduce la scelta dell’obbedienza al Padre e del servizio ai fratelli.
La logica dei Dodici, Pietro in testa, ha tentato, tenta e continuerà a tentare sempre la Chiesa. La tentazione, cioè, del calcolo politico e di un messianismo umano, trionfalistico e di potere.
Il rimprovero a Pietro è indirizzato, allora, anche a tutti noi, ad ogni livello ecclesiale, dal più alto al più basso…
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