L'attacco che Gesù sferra alle false guide religiose del popolo e la reazione rabbiosa che esso provoca fanno, intanto, precipitare sempre più gli eventi verso l'esito tragico della croce. L'ostilità che Gesù ora sperimenta nella propria pelle sarà la stessa che, alcuni decenni dopo la sua scomparsa, conoscerà la comunità di Matteo nello scontro con le autorità dell'epoca. La narrazione di Matteo rispecchia in qualche modo questa dolorosa situazione.
Gesù con una punta di ironia ma senza sarcasmo, riconosce la bontà degli insegnamenti impartiti dai suoi avversari, scribi e farisei, però diffida le folle dal seguire i loro esempi, "perché dicono e non fanno". Insomma, predicano bene e razzolano male. Le esigenze che l'osservanza scrupolosa della legge comporta, essi le conoscono e sono anche bravi a indicarle alla gente, salvo poi disattenderle nella loro vita quotidiana.
La proposta morale, poi, che essi fanno è senza misericordia e compassione. Si limitano, infatti, a imporre pesanti fardelli sulle spalle del popolo, ma nulla fanno per aiutare chi, sotto quei pesi, rischia di soccombere. Se un insegnamento non è accompagnato da aiuti concreti per metterlo in pratica resta una pia e sterile esortazione, o finisce con lo scoraggiare e indurre alla rinuncia chi, generosamente, voleva provare a realizzarlo. Non così Gesù, che faceva prima di insegnare, e le sue pecore le guidava, le nutriva, le sosteneva e le incoraggiava nelle difficoltà.
Vanità, narcisismo, esibizionismo, delirio di grandezza sono, inoltre, i vizi più diffusi di scribi e farisei. Vizi intollerabili agli occhi di Gesù che, invece, si è fatto servo disdegnando per sé onori e riconoscimenti. Sferzante è la sua parola contro il vezzo di quegli ineffabili signori, per i quali la fedeltà alla Legge si esaurisce unicamente nell'esibire sacre coccarde, sciarpe e distintivi vistosi sugli abiti, al solo scopo di far colpo sulla gente, di accreditarsi agli occhi degli ammiratori come persone profondamente attaccate alla religione.
Che cosa direbbe Gesù di certe nostre processioni e manifestazioni esteriori con tanto di stendardi, tuniche differenziate per gradi e colori, galiardetti, luminarie e vessilli vari? Che cosa c'e sotto certe pubbliche rappresentazioni? E dopo, che resta?
Il Vangelo -è doloroso ma onesto riconoscerlo- è rimasto in gran parte disatteso dai cristiani, salvo nobilissime eccezioni. Dispiace, però, constatarlo inattuato anche in quelle indicazioni che, tutto sommato, non richiederebbero grandi sforzi e dolorose rinunzie. Che fine ha fatto la diffida e la severa ingiunzione di Gesù di non sollecitare e di non fregiarsi di titoli onorifici e pomposi come "rabbi" (alla lettera: "mio grande") e "maestro"? È sacrificio tanto grande rinunciare spontaneamente a quei titoli e a quanti altri, nei secoli, ha escogitato la schiera congiunta di vanitosi e adulatori?
Almeno in queste inezie si potrebbe tentare di essere fedeli alle indicazioni del Signore! Egli, in verità, ha disapprovato finanche l'uso della più innocente voce "padre", riservandola soltanto a Dio. Anche qui disobbedienza totale e continuata!
Quando capiremo che Gesù ha messo in quiescenza tutti questi titoli con cui ama paludarsi l'irriducibile vanagloria degli uomini?
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