La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

sabato 6 aprile 2019

Riflessione sul Vangelo della V DI QUARESIMA. Don Pietro

L’ADULTERA
1. Qui non si parla dell’adulterio.
Il tema centrale di questo episodio non è il giudizio di Gesù sull’adulterio.
Gesù non ne sminuisce, né ne sottolinea la gravità.
Anche gli interlocutori di Gesù non sono tanto interessati alla condanna o alla assoluzione della donna, quanto a conoscere la posizione di Gesù rispetto alla legge di Mosè.
La donna, accusata di adulterio, non è senza colpa, anche se non è l’unica colpevole.
Ma nella logica dell’evangelo predicato da Gesù questa donna, anche se colpevole, ha ragione:
semplicemente perché qui essa è la vittima
e secondo il Vangelo le vittime hanno sempre ragione quando sperimentano paura e solitudine
Gesù è venuto per i poveri, innanzitutto. E questa donna è in condizione di estrema povertà: è senza difesa, senza rispettabilità, priva di qualsiasi sicurezza di tipo morale-sociale-terreno.

2. L’adulterio e l’Alleanza.
Questa donna è un’adultera.
Ora nel mondo giudaico l’adulterio è la principale trasgressione di cui possa rendersi colpevole una donna.
Questo perché L’Alleanza che Dio ha stretto col suo popolo, Israele, rivive nel rapporto di fedeltà al patto matrimoniale stretto dagli sposi. Violare, con l’adulterio, questo patto significa produrre una ferita nell’Alleanza Dio-popolo, cadere nell’idolatria del proprio istinto e nuocere alla comunità.
Al tempo di Gesù vigeva una disparità profonda, a livello di prassi legale e del sentire comune rispetto all’adulterio a seconda che lo si considerava dalla parte della donna o dell’uomo.
Era certamente sempre adultera una donna che si univa ad un uomo che non era suo marito, sposato o meno che l’uomo fosse.
L’uomo, invece, che si univa alla donna di un altro uomo, più che adultero, era colpevole di attentare ai “diritti di proprietà” dell’altro, allo stesso modo che se si fosse appropriato di una pecora o di un sacco di frumento.
Se poi quest’uomo sposato si univa a una donna libera, non commetteva nessun reato tollerando la legge vigente che l’uomo potesse avere delle concubine, oltre alla moglie.
Ugualmente il marito poteva ripudiare la moglie che non trovava più grazia ai suoi occhi: insomma che non gli piaceva più, si direbbe oggi.
E la legge mosaica prevedeva la pena di morte per l’adultera.

3. Il contesto dell’episodio.
Nel nostro episodio, gli uomini che vogliono lapidare la donna non sono tanto accusatori della donna, quanto oppositori di Gesù. Più che la rabbia e lo sdegno verso la colpevole, li muove il livore verso Gesù cui vogliono tendere un tranello per avere di che accusarlo.
E il pretesto è ben congegnato:
Se avesse risposto che era giusto lapidarla lo avrebbero accusato di incoerenza col suo messaggio.
Se avesse detto che non era giusto ucciderla potevano accusarlo di andare contro la legge di Mosè.
Ma Gesù non cade nel tranello tesogli e smaschera la loro colpa fondamentale:
quella di non essere puri di cuore, quella di vivere nella menzogna perché perseguivano un fine diverso da quello dichiarato.
Gesù, sempre accogliente verso i peccatori, si dimostra particolarmente severo verso questa gente ipocrita e tortuosa, sebbene si ammantasse di virtuosità.

4. Qualcuno manca.
La donna, a detta degli accusatori, è stata colta in flagrante adulterio, insomma proprio tra le braccia di un uomo.
Perché adesso è sola? Dove si trova il suo partner di adulterio?
Il suo amante doveva stare lì. Se il suo amore, quantunque illegittimo fosse stato autentico e rispettabile, doveva farlo essere lì: per difendere la sua compagna, se possibile, o altrimenti per condividere la sua sorte, per morire insieme. Chi ama veramente non può volere che questo.
Invece l’amante non c’è.
Anche un altro uomo ci colpisce per la sua strana assenza: il marito della donna, leso nei suoi diritti di proprietà.
Chissà che lui stesso non fosse corresponsabile dell’adulterio della moglie: forse per poco amore, per rozza volgarità o magari solo perché non voluto e non scelto.
Potrebbe anche darsi che il marito invece c’era, confuso tra la folla, magari anche lui con la sua pietra in mano.
E forse era soddisfatto perché la sua onta coniugale stava per essere lavata nel sangue, ma certo lontanissimo dall’idea di potere impedire quella esecuzione offrendo alla donna il suo perdono.
Orrore! Un marito offeso che perdonava, secondo la mentalità patriarcale era un debole, un incapace, un uomo senza dignità e onore.
E’ proprio qui il peccato di fondo, il peccato strutturale che Gesù vuole denunciare: il peccato, cioè, di una religione tutta concepita e tutta vissuta a misura d’uomo, piegata all’orgoglio e all’egoismo del maschio.
Quella donna è terribilmente sola in mezzo agli uomini della legge indignati e vocianti.
Anche Gesù è solo, come la donna: due solitudini di fronte.
Da un lato Colui che è senza peccato e che prende su di sé i peccati del mondo; dall’altro una peccatrice su cui pesano i peccati del mondo.
Una vittima dinanzi a un’altra vittima.
Entrambi condannati a morte. Ma mentre la morte della donna sarà evitata, quella di Gesù non può esserlo.
Per salvare la donna Gesù non cerca attenuanti per la sua colpa. Non tenta neppure di fare appello alla pietà e ai sentimenti umani degli accusatori.
Fa, invece, un gesto stranissimo e enigmatico, unico nei Vangeli: si china a scrivere col dito a terra.
Cosa abbia scritto è difficile congetturare. Certo che quel gesto trasmette un messaggio agli astanti.
Un messaggio consegnato allo scritto in un contesto culturale in cui lo scritto – la scrittura – aveva una particolare forza, la stessa autorità della norma.
Un messaggio, dunque, quello scritto da Gesù che rimanda ad una logica altra rispetto a quella dell’orgoglio e del dominio patriarcale.
Un messaggio che rinvia all’istanza di un cuore nuovo per tutti, uomini e donne.
Il gesto di Gesù è già un evento di questo cuore nuovo.

5. Un invito a guardarsi dentro.
Il gesto di Gesù ha in sé un’intenzione provocatoria. Come provocatorie sono le sue parole: “Chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei”.
Un’autorizzazione a lapidare, che invece equivale a un divieto, un divieto profondo, totale, definitivo.
(Vi si potrebbe trovare anche il fondamento teologico dell’inammissibilità, sempre e comunque, della pena di morte!).
Gesù non rivolge un vero rimprovero agli uomini che ha dinanzi. Il suo atto è molto più e molto meno di un rimprovero.
Gesù fa appello all’interiorità, risveglia la loro coscienza e quella della donna.
Il vero giudizio deve avvenire dentro di loro, deve parlare nell’intimo del loro cuore.
Invece di aggrapparsi alla legge e disprezzare quella donna, devono guardarsi dentro.
E’ questo sguardo nuovo dentro di sé, che li fa andare via perché scoprono che nessuno è senza peccato.
Nessuno: neppure chi esteriormente poteva dirsi in regola con la legge.
Il peccato non risiede in primo luogo nella trasgressione esteriore, visibile e vistosa, ma nell’intima disposizione, nel cuore, il centro misterioso della persona, del suo sentire e volere.
A quegli uomini Gesù vuol far capire che se anche non hanno mai commesso adulterio, lo hanno desiderato e non l’hanno commesso solo per timore delle conseguenze.

6. Assoluzione o annuncio?
Se la frase “Chi è senza peccato…” costituisce il messaggio di fondo di Gesù su un piano comunitario, la parola alla donna: “Neppure io ti condanno. Va’ e non peccare più” ne costituisce la risonanza individuale  quasi “sacramentale”.
Non si tratta di una semplice esortazione a non fare più quello che è male, come in una lettura moraleggiante e debole delle parole evangeliche.
Gesù ignora questo paternalismo perbenistico.
Le sue parole proclamano la redenzione e la attuano.
Dicono che la donna è liberata dal peccato perché ha incontrato Lui, la salvezza, il Regno di Dio.
E’ una donna nuova, d’ora innanzi. Ha tanta pienezza nel cuore che non ha più bisogno di mendicare un po’ d’amore da un uomo che non è suo marito o dallo sfogo del suo istinto.
La sua vita privata ha incrociato il piano di Dio ed essa è diventata una creatura nuova, finalmente capace di rapporti umani nuovi e radicali.
Gesù le dice “Vai…”: non è un congedo. E’ un invito.
Chi sperimenta la vita nuova è inviato ad annunciarla. 

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