La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

venerdì 13 aprile 2018

Riflessione sulla Domenica III DI Pasqua. Don Pietro

La nostra esperienza del Risorto

1. Conoscenza non ”carnale” del Cristo.

Nel tempo della Chiesa la conoscenza e l’esperienza del Signore Gesù è nuova rispetto a quelle vissute dai discepoli prima della Risurrezione.
Paolo scrive (2 Cor 5,16-17): “… ormai non conosciamo più nessuno secondo la carne. E anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Cosicché, se uno è in Cristo, è una creatura nuova. Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove”.
La conoscenza del Cristo, dopo la Risurrezione, non avviene più “secondo la carne” ma è “nuova” perché in noi è avvenuta una trasformazione: “in Cristo siamo creature nuove”. Se Gesù è entrato in una condizione nuova (gloriosa, spirituale, sciolta dal tempo e dallo spazio), anche i nostri occhi che lo guardano sono nuovi. Naturalmente il Gesù storico non è dimenticato e cancellato, è solo compreso diversamente, non più “secondo la carne”.
E’ “conoscenza secondo la carne” quella che non sa cogliere la presenza di Dio nella vicenda di un uomo crocifisso.
- La “conoscenza secondo la carne” è la conoscenza senza fede e, come aggiunge Paolo, quella di “chi vive per se stesso”. Una tale persona (chiusa nel suo io) non potrà mai comprendere la vicenda di Gesù che, proprio nel dono di sé, ha svelato all’uomo il volto di Dio.
- E’ ancora “conoscenza secondo la carne” quella che non sa cogliere l’universalità dell’evento Gesù ma lo chiude nelle circostanze storiche e culturali che l’hanno accompagnato.
- E’, infine, “conoscenza secondo la carne” una lettura entusiastica, emotiva, della figura di Gesù, come facevano i carismatici di Corinto, staccando il Cristo dalla vicenda di Gesù.
La conoscenza “nuova” di Gesù, Cristo, è quella resa possibile dallo Spirito e nello Spirito nel quale il Signore ora, solo, può farsi presente.
E’ lo Spirito che permette ai discepoli di cogliere sia l’identità tra Gesù e il Cristo, sia i tratti di novità e differenza del Signore risorto. I discepoli non sono in grado di riconoscerlo da soli, né subito. Tocca a Gesù stesso farsi riconoscere negli stessi tratti che Egli ha manifestato nella sua vita terrena: la carità, il dono di sé, la Croce.
Nei vangeli sono indicati con chiarezza “i luoghi” in cui, nel tempo della Chiesa, è possibile incontrare il Signore:
- nel pane spezzato e donato e nel vino distribuito ( Mc 14,22-23).
- nell’accoglienza dei piccoli (Mc 9,37).
- nella comunità radunata nel suo nome (Mt, 18,20).
- nell’ascolto della parola degli Apostoli.
- nel servizio concreto “ai suoi fratelli più piccoli” (Mt 25,31ss.).
- nell’attività missionaria (Mt 28,20).
Sono tutti luoghi che indirizzano verso la Parola, il Sacramento, la trama delle rivelazioni. E non pare ci siano inviti a cercare il Signore nella profondità di se stessi, nella speculazione, o nell’ascesi.
- L’evangelista Giovanni, presentando la Croce come la più alta epifania di Dio, sottolineando il sangue e l’acqua (= Spirito e Sacramento) che escono dal costato del Crocifisso e ricordando le Scritture, ci indica la coordinate necessarie per una “nuova” conoscenza del Signore: la memoria (attraverso le Scritture), il Sacramento e lo Spirito.
E Giovanni aggiunge però che la memoria diventa vero luogo di conoscenza solo se è accompagnata dalla sequela: “Da questo conosciamo di essere in Lui: chi dice di dimorare in Cristo deve camminare come Lui ha camminato” (1 Gv 1,56-6).
Tutto questo rende “trasparente” agli occhi del discepolo la vicenda storica di Gesù, la rende cioè luogo in cui scorgere la presenza della “gloria” di Dio.
Questo, però, a condizioni:
- la continuità e il collegamento con chi ha incontrato materialmente Gesù.
- lo Spirito che fa comprendere in pienezza le parole di Gesù.
- l’appartenenza ad una comunità di credenti che amano il Signore e praticano la sequela riattualizzando nella propria vita la logica dell’esistenza di Gesù.

2. L’esperienza del Risorto.

Nella Pasqua avviene sia il darsi definitivo di Dio alla sua creatura, sia la trasfigurazione definitiva della condizione di morte e di peccato dell’uomo nella condizione di riconciliazione e di piena partecipazione alla vita divina.
In Cristo, morto e risorto, si realizza l’incontro pieno tra Dio e l’umanità. Nel Risorto Dio porta a compimento il suo piano d’amore per la creatura, anticipando in Lui il destino di ogni creatura.
E questa estensione ad ogni creatura di quanto è già avvenuto nel Risorto si compie ogni volta nelle celebrazioni sacramentali.
Nella celebrazione sacramentale Gesù assimila al suo destino la vita di ogni uomo, la incontra nelle diverse situazioni di gioia e di dolore, di fatica e di speranza, di grazia e di peccato.
L’uomo da parte sua condivide le situazioni di morte e risurrezione del Signore.
E così si celebra quell’unico mistero con cui Dio ha voluto intrecciare la sua vita divina con la vita e la morte di ogni uomo limitato e finito.
L’uomo offre a Dio il suo vivere quotidiano segnato dalla morte; Dio fa sua l’oscurità di ogni morte e di ogni morire dell’uomo e fa risplendere in essa la sua stessa vita trasfigurando la creatura. Nei sacramenti allora: c’è la kenosi (l’abbassamento-annullamento) di Dio e la divinizzazione dell’uomo.

3. Presenza del Risorto nel mondo attraverso i suoi discepoli.

Dio ama infinitamente il Figlio suo ed il suo desiderio è quello di amare tutti gli uomini e l’intero universo dentro l’amore che rivolge al Figlio suo. Questo può avvenire solo se il Padre vede in ogni uomo ed in ogni cosa l’impronta del Figlio suo, perché fuori del Figlio nulla è per lui amabile.
- Proprio perché tutti e tutto portassero i tratti del Figlio, il Padre lo ha inviato nel mondo ed ha inviato anche lo Spirito: per rendere tutto simile al Figlio suo e, dunque, amabile divinamente.
Questa somiglianza col Figlio si realizza facendosi trasformare dallo Spirito in immagine del Figlio, acconsentendo, cioè, ad essere immersi nel mistero pasquale del Figlio, morendo e risorgendo con Lui.
Tutto questo avviene se ci poniamo alla sequela di Cristo di modo ché Egli si mostri vivente nei suoi discepoli e così il Padre continua ad amare in essi il volto del Figlio.
Lo Spirito dal canto suo opera perché nei discepoli emerga il volto di Cristo.
Avviene così – attraverso i discepoli – che Gesù riunisce in sé l’umanità di ogni epoca, la rende “filiale” e la fa apparire presso il Padre come il suo grande Corpo mistico.
I discepoli, dal canto loro, sono chiamati ad assecondare e perpetuare nel tempo l’amore che il Figlio ha verso il Padre.
- Così il divino disegno dell’amore di Dio Padre è pienamente realizzato dentro la storia dell’umanità.

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