La libertà chiama in gioco la nostra responsabilità, verso le altre persone.(L. Ciotti)

sabato 12 settembre 2020

VANGELO DELLA XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. Don Pietro

Il segno, per sé e per il mondo, che si è discepoli del Signore non va cercato (non lo si troverebbe!) nel fatto che fra essi non avvengono mai  screzi, incomprensioni e non siano possibili comportamenti non proprio  esemplari di alcuni verso altri. La prova dell'appartenenza alla famiglia di Gesù è soltanto nella capacità di sapersi perdonare reciprocamente rimettendosi le offese. Questo Pietro lo aveva compreso. Il suo è un problema aritmetico, di quantità: sino a quante volte bisogna accordare il perdono? Dovrà pur esserci un limite!

Ancora una volta Gesù spiazza Pietro e la cerchia dei discepoli: il perdono deve essere illimitato o, nel gergo dell'epoca, deve essere accordato "settanta volte sette", cioè sempre.

L'antica legge di Lamech, "Sette volte sarà vendicato Caiino ma Lamec 'settantasette volte (Gn 4,24), è abrogata. Con Gesù vige il condono illimitato, a imitazione di quello che il Padre celeste offre ai peccatori. È questo e nessun altro il metro del perdono che Gesù indica ai suoi:  esagerato,  eccessivo, smisurato, al rischio di approfittamento come ogni vero amore, com'è l'amore di Dio che i suoi figli devono imitare.

Per esemplificare questo suo  esigente insegnamento e perché lo si tenga bene a mente, Gesù narra la parabola del servo spietato e punito perché restio a offrire agli altri la misericordia che pur aveva personalmente e corposamente sperimentato a proprio vantaggio.

Il messaggio del racconto è trasparente: il dovere di perdonare, non ci fossero altre ragioni (e ci sono!), nasce dal fatto che Dio perdona a noi le colpe, se lo supplichiamo. È un dovere di pura e semplice restituzione. E c'e anche convenienza: chi non ha nulla da farsi perdonare da Dio? La nostra ostinazione nel non perdonare, i nostri odi tenaci, chiudendo il ministero della grazia divina attivano quello della giustizia, e il suo titolare, lo sappiamo, vede ombre anche negli angeli...

La spietatezza del servo verso il subalterno si ritorce a suo danno e diventa la misura con cui il giudice ultimo tratterà chi è inflessibile e spietato verso i fratelli.

Per godere e non abusare della misericordia divina, l'unica strada è quella di usare misericordia verso chi ci offende e ci fa del male. Le cose tristi, spiacevoli e disdicevoli che avvengono fra noi sono segno che siamo e restiamo sempre creature fragili ed esposte al male. Se sappiamo  ricomporle con un perdono generoso, è segno che siamo discepoli del Signore. Allora il nostro amore non è più soltanto umano, è divino. Non siamo più noi ad amare, ma è Dio che ama in noi. Diventiamo un po' come Dio e, noblesse oblige, dobbiamo imitarlo nel suo amore perdonante.


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